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Questa mattina David Bowie brontola un po'. Ha
dormito male, soprattutto non a sufficienza. Ieri sera, da poco
arrivato in Francia, ha partecipato a una trasmissione TV per
France 2 della quale non
è soddisfatto. "Mi avevano detto che
la registrazione sarebbe durata un'ora e trenta, e invece ci
abbiamo messo tre ore". Per finire, il volume della
traduzione era molto alto e la conversazione con gli invitati
(Moby, Damon Albarn…) non
lo ha preso molto. "A dire il vero, i
soli momenti belli sono stati quelli in cui suonavo con i miei
musicisti. Ad ogni interruzione, avevo fretta di risalire sul
palco."
Scintille
A 56 anni e dopo ventisei album, la forza artistica di Bowie sembra
ancora davvero presente. Dappertutto, a tutti quelli che vogliono
ascoltarlo, l'artista ripete che si sente come esplodere, che
il suo entusiasmo d'autore-compositore è intatto e che il gruppo
che l'accompagna fa scintille. La colpa è che il nuovo disco di
Bowie è un disco soddisfacente, che, anche se non avrà più successo
del suo predecessore, Heathen
- uscito da soli quindici mesi - al vertice delle hit parade annuali,
merita davvero considerazione. Di stampo molto rock, Reality,
frutto di una collaborazione rinnovata col produttore-amico Tony
Visconti, inizia del resto con un'eccellente canzone, l'accattivante
e robusta New Killer Star, che sicuramente riscuoterà consensi.
Di seguito il ventaglio di ciò che questo artista ha di meglio
da offrire: da una cangiante presentazione di una cover di Jonathan
Richman (Pablo Picasso),
alla strana sintassi disillusa di Bring
me the Disco King, un suo brano dimenticato che ha
ripescato. Da una Reality
volontariamente rabbiosa ("I built a
wall of sound to separate us"), alla scanzonata
Never Get Old, motivo conduttore
della pubblicità Vittel, quasi un antidoto, venti anni dopo il
sanguinario Miriam si sveglia a mezzanotte
di Tony Scott e il suo elogio (da
un'estetica tanto effimera) all'invecchiamento. Tutto Bowie è
dunque qui. Pieno, acuto, raffinato, carnivoro, determinato… Cosciente
del suo fascino, ma anche di questo spada di Damocle che è tutto
il Bowie, l'insieme degli anni, l'eterno Thin White Ziggy
si lancia contemporaneamente in una tournée maratona che pochi
artisti osano ancora fare. Diciassette paesi attraversati in sette
mesi. Una cosa mai vista, per quanto lo riguarda, da circa dieci
anni. Un giro attraverso i continenti, che inizierà in Nord Europa
il 7 ottobre (Copenaghen, Stoccolma, Helsinki) e accontenterà
con generosità la Francia con due date a Parigi a Bercy a fine
ottobre e sei tappe in altre città a novembre (Lille, Amneville
… ).
Super redditizio
Ma nell'attesa diquesta rassegna "alla vecchia maniera", David
Bowie ha avuto una nuova idea mediatica superredditizia. Prima
rockstar ad aver aperto una banca e ad aver lanciato il proprio
servizio di accesso ad Internet, questa volta ha diffuso in tutta
l'Europa in diretta dando (per modo di dire, certo) un concerto
riservato, lunedì 8 settembre in Inghilterra, ritrasmesso via
satellite nei cinema di 26 paesi. Una specie di sogno di ubiquità
che ha permesso ai 400 privilegiati dello studio londinese di
Riverside di unirsi a circa cinquantamila aficionados.
Come a Parigi, dove la recente biblioteca MK2 ha mobilitato
tutte le sue sale per l'evento, un'occasione per scoprire che
il pubblico del cantante copre ormai due generazioni (dai 20 ai
40 anni circa) e che l'energia non manca di certo, persino quando
rispolvera reliquie come Hallo Spaceboy,
Fantastic Voyage e Hang on to Yourself.
Il 5 settembre, l'artista dalla volubilità quasi proverbiale,
era dunque a Parigi per rispondere a ogni domanda nei 40 minuti
imposti da una rigorosa programmazione. Pantaloni bianchi, t-shirt
nera e acqua minerale come da contratto, il personaggio riprende
subito il suo discorso serale (sono quasi le 11, comunque), per
testimoniare ancora una volta questa professionalità estrema,
che fa sì che ogni giornalista che ha parlato con lui se ne vada
con la sensazione più o meno illusoria di essere in possesso di
informazioni prelibate.
Perché aspettare 35 anni per chiamare un disco "Reality"?
E' un termine che non aveva senso quando ero giovane. Si preferivano
nozioni più chimeriche. Ma "realtà" mi sembrava in sintonia con
il Ventunesimo secolo; è una altra forma di viaggio, con molta
tensione, traumi, ansia, su scala planetaria… Non è una cosa inedita:
per quanto mi ricordi, da piccolo, quando c'era davvero il pericolo
fra i due blocchi Est/Ovest, i miei genitori temevano che Londra
venisse bombardata. A pensare che noi siamo condannati a vivere
nello stress. Non credo che i giorni della terra siano contati.
Ma bisogna di certo abituarsi all'idea che le zone di tensione
sono pronte a smorzarsi. Allo stesso tempo, per quanto riguarda
la sfera privata, sono ottimista. Ma un privilegiato come me può
difficilmente considerarsi rappresentante di qualsiasi forma di
realtà collettiva.
Qualunque cosa sia, "Reality"è una parola molto forte.
Assolutamente. E quasi mai usata nel senso buono. Allo stesso
modo del suo contrario, la "virtualità". Alla fine capita sempre
che i giornalisti francesi abbiano la particolarità di trovare
delle interpretazioni che gli artisti stessi non sognerebbero
mai di pensare, e questo è bello da parte loro. La "realtà" è
un formidabile materiale di riflessione per gli intellettuali,
ma per una schiacciante maggioranza, per la quale posso avere
empatia, questa nozione rappresenta una forma di caos nella quale
nulla si può evolvere...
E' il tuo album più vicino a New York.
Ti senti in osmosi con la città dopo l'11 settembre?
Ci sarà per sempre una linea di demarcazione, nella storia di
New York, tra il prima e il dopo l11 settembre. Detto così
sa di cliché. Ma posso garantire che, se si va al di là delle
apparenze, tutto è profondamente cambiato. In meglio. Ero a New
York nel 1977, quando la città si trovò immersa nel buio.
Ci sono stati episodi di saccheggio, la gente si rinchiudeva in
casa a doppia mandata… ne conservo un ricordo terrificante. Quando
è sopraggiunta la stessa situazione, il mese scorso, una volta
dissipata l'ipotesi di attacco terroristico, è prevalso un grande
sentimento di solidarietà, quasi di giovialità. Le vie pullulavano
di gente a piedi che simpatizzava, i commercianti uscivano sui
marciapiedi per offrire la loro merce. Alcuni lasciavano la loro
casa per uscire e suonare la chitarra e fare un pic-nic. E' evidente
che c'è un legame con l'11 settembre: questa capacità di superare
in maniera collettiva una situazione a priori spiacevole si è
sostituita alla chiusura, all'egoismo. Per ritornare a Reality,
non è un disco su New York, ma ne è così tanto impregnato
che non potrebbe essere stato concepito altrove. Allo stesso modo
che Heroes è intimamente legato a Berlino senza esserne una evocazione
esplicita.
Pensi di aver tradotto quest'impressione
positiva nella tua musica?
Immagino che una forma di energia positiva lo attraversi. Almeno
nelle strutture melodiche, perché i testi rischiano di sembrare
oscuri. In ogni caso cantare che tutto vada per il meglio nel
migliore dei mondi non ha senso. In compenso fare lampeggiare
segnali più o meno strani nel cuore dell'oscurità …mi sembra costituire
un cammino altrettanto eccitante e costruttivo.
Il ritrovarsi con Tony Visconti
ha a che fare con il fatto che avete registrato due album in così
poco tempo?
E' una domanda interessante che non mi sono mai posto. Infatti
quando abbiamo deciso di ricominciare a lavorare insieme, a rischio
di sembrare presuntuosi. non avevamo alcuna preoccupazione sulla
qualità del risultato ... e Heathen è
stato molto ben accolto. Poi c'è stata una mini tournée che sé
andata altrettanto bene. Tutto questo ha creato una reale emulazione
e, poiché ho la fortuna di essere un autore prolifico, abbiamo
avuto rapidamente materiale per un nuovo disco. Con la voglia
di riprendere il cammino. D'altronde, mia figlia ha tre anni
e andrà presto a scuola perché non voglio che cresca in disparte.
I miei obblighi di padre faranno sì che io non possa più allontanarmi
per troppo tempo. E poi ho 56 anni, caspita… ti pare poco. Quindi
l'occasione di fare un'altro tour mondiale non si presenterà
presto.
Il tono molto rock del disco suggerisce l'idea che tu pensi al
palcoscenico quando scrivi le nuove canzoni?
Sbagliato. L'ultima volta che ho avuto un secondo fine del genere
risale all'epoca di Ziggy Stardust
dove la musica non era che una componente, certo essenziale,
all'interno di un dispositivo molto teatrale. In quel caso ero
soprattutto preoccupato dalla voglia di restituire una certa forma
d'urgenza, d'istantaneità, corrispondente al mio umore di quel
momento.
A che cosa assomiglierà la tournée?
Non dovrebbe differenziarsi da quella che ho fatto l'anno scorso,
ma in posti più grandi. Ci saranno delle proiezioni video, ma
così allusive che si confonderanno con le luci. L'idea è che
questi artifici visuali non servano che a rinforzare l'atmosfera
delle canzoni che saranno al centro della mia proposta: il gruppo
è formidabile e non puoi immaginare il sentimento di pienezza
che mi dà il fatto di cantare. Allora perché complicarsi la vita?
Hai ancora delle cose da dimostrare?
Penso di no. L'ultimo ostacolo che ho superato è stato, a partire
dagli anni novanta, quello di creare degli album che mi soddisfacessero
pienamente, senza cercare di rispondere all'attesa del pubblico.
E per caso, mi sono sentito mille volte più a mio agio a scrivere
il giorno in cui ho superato questa cosa. Una forma di accettazione
che, tra l'altro, mi ha anche riconciliato sul palcoscenico con
quello che ho scritto negli anni sessanta e settanta.
Riprendere Frank Black e Jonathan Richman
non è stato rendere omaggio ad artisti che non hanno mai riportato
il successo che meritavano, soprattutto nel loro paese ?
In un certo senso sì. Penso anche, soprattutto, che questo dipenda
dal fatto che la mia generazione ha avuto la fortuna di dover
frugare per trovare cose che spesso erano difficilmente reperibili.
Ai giorni nostri la molteplicità dell'offerta ha un effetto perverso
e paradossale: si cerca sempre meno, e la sete di scoperta diminuisce.
In che campo pensi oggi sia più difficile di sfondare: musica,
pittura, letteratura…?
In tutti. Il minimo approccio artistico è immediatamente assoggettato
a considerazioni finanziarie. Una prima esposizione che non vende
e si è spacciati. Esistono molti giovani artisti di talento che
si ritrovano sulla strada perché non hanno nervi d'acciaio. La
fragilità resta una delle più belle fonti di creatività, ma è
lei che condanna un numero incredibile di carriere.
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