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David Bowie: E allora?
Rock&Folk: Sì, scusa…
DB: Il disco lo hai poi sentito?
R&F: Ah sì, diciamo che è una sorpresa, una gradevole sorpresa.
Registrato così velocemente dopo Heathen,
avrebbe potuto deludere. E poi giravano le chiacchiere più strane:
i pettegolezzi di studio facevano allusione a un album molto commerciale
il seguito di Let's Dance,
fatto per promuovere il prossimo grande tour mondiale. Niente
di tutto ciò. Al contrario, ti rimetti in pericolo un'altra volta.
DB: Infatti ho la sensazione che
questa volta, io e Tony, siamo riusciti a mettere in pratica l'interesse
di lavorare di nuovo insieme. Heathen
era un disco di riscoperta ma con Reality, io e Tony, abbiamo
deciso di passare a cose veramente serie.
R&F: Certi brani di Heathen
erano pure già molto buoni e presentati in modo ammirevole. Si
sentiva una voglia reale di muoversi, come alla fine degli anni
settanta…
DB: Reality è un album meno
inibito, più libero. La mia sensazione è che Heathen
sia un album completamente
controllato e, paradossalmente, dal momento che non c'era nessuna
particolare narrazione, c'era piuttosto una domanda di ricerca
spirituale, di abbandono profondo, di interrogazioni filosofiche.
Dal mio punto di vista di autore, c'era la necessità di una struttura
solida. Senza che lo sapessi già, Heathen
forse era già un disco che parlava di New York.
R&F: In modo meno evidente di Reality comunque…
DB: Dal momento che volevo registrarlo
velocemente, per poter ripartire in tour, sapevo che sarebbe stato
totalmente impregnato di New York e dei suoi umori. E, senza che
questo sia sempre molto evidente, ho lasciato che la città ne
fosse il filo conduttore. Certe canzoni non hanno che un legame
sottile con New York, non è in nessun modo 'David
Bowie, la mia New York' (ride). Non è un giro
per la città…
R&F: Questa volta, anche i frequentatori più assidui della
tua produzione, troveranno del filo da torcere nel dire a quale
album assomiglia…
DB: (imitando i giornalisti che
fanno discorsi senza senso da venti anni): Comunque, penso seriamente
che sia il mio miglior disco dai tempi di Scary
Monsters (ride)… Non vedo
l'ora di leggere queste cose nei giornali, sono certo di averne
diritto…
R&F: Il fatto che in termini di produzione avventurosa…
DB: Sono concorde con te nel dire che tutto quello che
abbiamo fatto insieme, io e Tony,
è in qualche modo riconoscibile. Le mie canzoni fatte con lui
portano senza dubbio il nostro marchio di fabbrica.
R&F: Siamo quindi d'accordo.
DB: Hanno delle cose in comune, ma non sopporto che si
dica che suonano tutte allo stesso modo.
R&F: Ad eccezione delle due cover, i pezzi di Reality
sono stati composti di recente. Tranne un altro, Bring
Me The Disco King che hai suonato dieci anni fa in
uno studio di Londra. Lo avevi appena eliminato da Black
Tie White Noise, che sarà ripubblicato tra l'altro
agli inizi di settembre.
DB: Si, vero. L'hai riconosciuta?
La prima versione era molto ironica, con un ritmo disco. Avevo
usato delle percussioni ridicole, quelle che fanno tum-tum-tum.
R&F: Le batterie Simmons?
DB: Si quelle. Avevo fatto un vero
pasticcio, ma non ci credevo, non funzionava. Il pezzo mancava
di una sua integrità. Volevo dargli un'altra possibilità e allora
abbiamo registrato ancora una versione veloce, ma non proprio
non andava. Alla fine, ho suggerito che gli si rallentasse il
tempo della metà e che lo si spogliasse dell'arrangiamento fino
ad ottenere il risultato di oggi.
R&F: Funziona a meraviglia, è la Sunday
del disco!
DB: Lo spero. Improvvisamente tutta
la profondità che gli mancava è emersa, l'animale ha preso forma.
Nel passato, era spesso per iniziativa di Eno
che prendevo questo tipo di decisioni. Io e lui abbiamo spesso
sentito dischi alla velocità sbagliata, solo per capire come suonavano.
Mi ricordo di avergli fatto ascoltare, a 16 giri, un 78 giri dell'orchestra
sinfonica di Berlino del 1932: l'ouverture del Tannhauser,
l'opera di Wagner. Era davvero
magica! Una nuova specie di ambient music. E allora abbiamo detto:
'copiamola coi nostri sintetizzatori'. Alla fine poi non lo abbiamo
mai fatto, è il tipico esempio di un brano sparito ancor prima
di esistere. È quello che ho fatto a
Bring Me The Disco King. Ho tolto tutti gli arrangiamenti.
C'è solo Mike Garson al piano,
su una base ritmica, e la mia voce.
R&F: E canti pure tutti i cori, una bella idea. La struttura
delle canzone deve molto a questa scelta.
DB: Non vedo come una canzone potrebbe
essere più personale.
R&F: Hai fatto concerti a New York fino all'autunno del
2002, e ora riparti in tour, in un tour mondiale questa volta,
a partire da ottobre. Che è questa frenesia? Voglia di riprendersi
il tempo perduto negli anni ottanta?
DB: Diciamo che mi sono detto che se dovevo ritornare sul
palco, lo devo fare prima che Lexi (sua
figlia) diventi grande. Ci sarà pure un momento in cui la scuola
le impedirà di viaggiare o in cui avrà bisogno di me a lungo.
Per il momento va a una scuola materna, ma non durerà a lungo.
Se devo portarla con me in Europa o in Australia, è adesso. L'idea
è quella di organizzare una specie di base su ogni continente
nella quale ci possa incontrare, comoda per incontrare lei e sua
madre. Fatto sta che ho deciso di farlo ora, e mi adeguerò agli
eventi.
R&F: Una volta, li precedevi…
DB: Sì, se vuoi metterla così (ride).
E' vero che ho molto amato i concerti che ho fatto lo scorso anno,
con uno stile più umano.Trovo che il mio gruppo sia molto buono.
R&F: A tal punto che suona anche nel nuovo disco…
DB: Non
per forza tutti insieme o allo stesso momento, ma ci sono tutti.
Tony o Marc
suonano il basso, Gail fa
i cori, Sterling alla batteria,
Gerry Leonard e Earl
Slick alle chitarre. Gerry
ha preso un po' il sopravvento.
R&F: Si è detto che tu stesso hai suonato molte chitarre,
le più rumorose..
DB: E le tastiere, ho fatto un gran
pasticcio (ride). Ma come saprai già, Mark
Plati ci ha lasciato per andare con Robbie
Williams..
R&F: Una scelta curiosa…
DB: Gli auguriamo tutti buona fortuna
e sono certo che avrà successo con Robbie.
Non lo sostituiremo… Gerry diventa
il nostro direttore musicale.
R&F: L'anno scorso, i due terzi del set erano costituiti
da brani presi dalla tua backlist. Pensi di tirarne fuori altri?
DB: Certo. Sto prendendo in considerazione
l'idea di risuonare Wild Is The Wind
e forse Fantastic Voyage.
Hai altri suggerimenti?
R&F: Così? A bruciapelo? Mmm… See
Emily Play, The Prettiest
Star e, perchè no, An Occasional
Dream.
DB: Mmm… L'anno scorso abbiamo suonato una sessantina di
pezzi: questa volta conto di arrivare a ottanta. La routine mi
ha sempre spaventato e voglio avere la possibilità di poter cambiare
ogni sera, di mutare a mio piacimento. So che durante questo lungo
tour non rischieremo di annoiarci. Ci sono tanti pezzi nuovi da
ricordare… l'idea è quella di fare cinque o sei brani da Reality,
qualcos'altro che ho suonato poco, delle altre cose davvero oscuri,
e un pugno di brani molto noti per bilanciare il tutto.
R&F: Ma lo sai che una parte del pubblico sogna uno spettacolo
basato sulle tue canzoni degli anni novanta, con estratti da
Outside e Earthling?
DB: Lo so, certo, ma questa volta
suonerò in spazi più grandi di quelli che ho frequentato negli
ultimi anni e non sono così stupido da presentarmi davanti a un
pubblico di quindici o ventimila persone con un set del quale
non conoscono i brani. Non lo farei proprio. E poi, non mi trovo
più molto a mio agio quando interpreto quei brani.
R&F: Una volta hai giurato che non li avresti suonati più
per dieci anni…
DB: E ero veramente determinato.
Ma allora non ero contento del mio percorso artistico.Volevo a
tutti i costi rompere col passato, non averlo più come riferimento.
Poi ho trovato un'altra motivazione, degli altre argomentazioni
per riavvicinarmi a loro. Ma è vero che, dopo quei due album atroci
Tonight e Never
Let Me Down, avevo la sensazione che il passato mi
bloccasse. Ero diventato indifferente, senza entusiasmo. Ero vulnerabile
in quanto autore e non avevo soprattutto bisognosi sentirmi dire
quanto le mie canzoni di prima fossero formidabili: ma fatevi
fottere voi e Ziggy! Sto cercando di scrivere! E' tutto quello
che avevo voglia di dire.
R&F: Da qualche parte, è tutto quello che succede a tutti
gli artisti classici: Neil Young,
Bob Dylan e Lou
Reed sono nella stessa situazione…
DB: (saltando come una pulce): A
proposito, hai visto Lou…???
Non trovi che non sia mai stato migliore sulla scena? Questo show
depurato è eccellente. Lo hai visto a New York?
R&F: No, a Parigi, e gli abbiamo fatto i complimenti. Lui,
che a volte può essere odioso, sembrava davvero rapito dal fatto
che ci complimentassimo con lui.
DB: E' diventato una specie di narratore spirituale, sentimentale…
R&F: Non massacra più il suo repertorio, cosa molto apprezzabile.
DB: E' a uno stadio, con l'esperienza degli anni, in cui
la sua situazione è unica: nessuno lo potrebbe sostituire. A proposito,
come sta Johnny Halliday (ride)
Avrà quasi sessant'anni, no?
R&F: Pensavo di essere qui per parlare di musica..
DB: Ah, povero Johnny. Ma a proposito, non è belga, come
Brel?
R&F: Si, perché?
DB: No, constatavo che i due cantanti
francesi più conosciuti sono belgi.
R&F: Brel e
Halliday non hanno proprio lo stesso talento… Bisogno
riconoscere che Halliday porta
gioia ai francesi, che non è poi un fatto trascurabile.
DB: Certo. Lui trascende tutto (ride).
R&F: Dal momento che parliamo dei vecchi, alcuni lettori
di Rock&Folk si sono domandati di recente che ne pensi di Paul
McCartney oggi. Lo hai visto nel suo ultimo tour?
DB: Onestamente, l'ho trovato assolutamente fantastico.
Non è propriamente il mio genere ma quello che fa è davvero incredibile:
credo che non sia mai stato meglio sulla scena. Il suo gruppo
è eccellente, dà una vera consistenza ai suoi brani. La stessa
cosa vale per Springsteen
o per Neil Young che fanno
davvero dei buoni spettacoli. Detto fra di noi, non vedo nessuno
di questo calibro nella nuova generazione. Nessuno capace di dare
concerti di tale qualità. Non ho mai visto Eminem…
R&F: Del resto, tu, che da giovane, avevi sete di conoscere
e di imparare, tu che hai avuti un ruolo quasi di traghettatore
da un'epoca a un'altra, tu che non hai mai cessato di metterti
in una situazione di pericolo artistico e di spingere sempre più
lontano le frontiere della tua stessa arte. Dove trovi la motivazione
per rivolgerti a una generazione allevata a furor di paccottiglia
rhythm'n'blues, a lugubre metallo e a avvilenti reality show?
Per alcuni ragazzi, vedere Ozzy Osborne
grande star che fa pisciare il suo cane o ascoltare gli archi
di Shakira è davvero interessante…
DB: Vedi, devo essere positivo.
Dal mio punto di vista, sarebbe così facile essere negativo…
R&F: Ok, niente cinismo.
DB: Sì, senza cinismo, direi che i media hanno proprio
mal interpretato quello che sta succedendo. Ci sarà sempre una
certa frangia di pubblico pronta a inghiottire tutto ciò che la
televisione offre loro, gli spettacoli come Fame, ad esempio..
R&F: Che corrisponde al nostro Star Academy…
DB: Sì, non fanno che applicare
le regole già utilizzate dallo showbiz negli anni cinquanta: "sa
cantare, ballare, sa dire qualche battuta, può diventare una star".
Si direbbe quasi una audizione per il Mickey
Mouse Disney Club dal quale, in realtà, molti artisti
giovani sono venuti fuori: Christina
Aguilera, Britney Spears, Justin Timberlake. E' un
antico procedimento che ha finito per rendere perversa l'industria
musicale dal momento che porta denaro facilmente. E l'errore dei
media è stato quello di mescolarci quelli della mia generazione
che erano molto più indipendenti alla stessa età, molto più sicuri
nel loro modo di procedere.
R&F: Hai la sensazione di avere inventato gli anni sessanta?
DB: Sì, almeno nella nostra testa.
Eravamo venuti fuori da un periodo ricco e importante dal punto
di vista filosofico, spirituale e politico, del quale io sicuramente
non sono l'artista più rappresentativo. Ma è la mia epoca ed è
in quel periodo che sono cresciuto. Siamo venuti al mondo sapendo
quello che volevamo, dicendo che potevamo ottenere tutto quello
che volevamo, tenendo sempre presente che un giorno saremo stati
dei vecchi gentiluomini irascibili e intolleranti (ride).
In poche parole, eravamo totalmente sconnessi dalla società, almeno
nella testa. La sola musica che conoscevamo era il rock, nel quale
ci siamo fatti un gran viaggio. Quelli della mia generazione non
provano interesse verso il pop dei ragazzini di oggi, al quale
preferiscono i Mercury Rev.
E i ragazzi più svegli seguono questa strada: "hey
papà, un disco di John Lennon, splendido… posso prenderlo?"
R&F: Si mette così il dito sulla piaga di un problema:
esiste una reale interazione tra le generazioni che potrebbe rischiare
di rivoltarsi contro ognuno di noi…
DB: Quando sono diventato più grande,
io e mio padre ci adoravamo, ci volevamo molto bene, ma odiavamo
la musica che l'altro ascoltava. Era impossibile capirsi su quell'argomento.
Oggi, si può andare insieme in discoteca e penso che i media non
l'abbiano capito bene.
R&F: Nemmeno l'industria…
DB: In termini economici, la categoria
si è persuasa di quanto sia inutile tentare di attirare quelli
della mia generazione che loro pensano senza denaro, forse indebitati
e preoccupati solamente di inviare i loro figli al college. Per
l'industria i soldi sono nelle mani dei ragazzi che hanno dai
quindici ai venticinque anni, ed è su questa parte della popolazione
che si accanisce. Se il sistema pensasse che quelli della mia
generazione hanno i soldi, si rivolgerebbero a noi, te lo garantisco.
E nelle agenzie di pubblicità lo sanno tutti. A proposito, che
hai pensato del mio spot per la Vittel?
R&F: Mi piace il fatto che, tra una pera e del formaggio,
si impongano questi personaggi oscuri e sconosciuti al grande
pubblico. Il vederti travestito a un tavolo, seduto sui gradini
con aria triste, o come un cane in fondo alle scale, può significare
che una certa marca di acqua ti aiuta a invecchiare meglio. Ci
sono delle persone che dovrebbero davvero ritirarsi…
DB: (imitando la pubblicità) E tu, Jerome, spero che tu
beva la Vittel!
R&F: Per tornare a bomba, sono quindi gli artisti della
tua generazione che muovono più gente ai concerti: gli Stones,
Paul McCartney, Bruce Spingsteen..
DB: Ma l'industria discografica
vede le cose solo a breve termine. "Dove
sono i soldi? Andiamo a cercarli…"
R&F: Va riconosciuto il fatto che sta morendo di una morte
lenta e orribile. Si è fatta depredare e non ha più nemmeno armi
per difendersi.
DB: Demistificare la musica sovresponendola
gli sarà stato alla fine fatale. La musica è diventata del tutto
proprietà del pubblico. Negli anni sessanta alcuni affermavano:
la musica appartiene al popolo. Salvo che non era vero. Ora, sì.
Si prende la musica da internet, la si remixa, la si manda ai
propri amici, perché la remixino a loro volta. Nella loro testa,
e capisco il loro ragionamento, la musica dovrebbe essere gratuita.
E' in questa direzione che si sta andando, senza dubbio. E l'industria
sta crollando. I cinque più importanti gruppi discografici stanno
là ad aspettare che qualcuno si fonda con qualcun altro, come
una specie di grande reality show: "la
prossima settimana, una di queste compagnie scomparirà… sapreste
quale è se seguirete la nostra prossima uscita (ride)".
Alla fine, resterà solo l'esperienza sul palcoscenico, live. E'
da là che tornerà l'entusiasmo. E' così che i musicisti si guadagneranno
da vivere. Ed il motivo per cui i più vecchi sono ancora sulla
strada. Sanno tenere il palcoscenico, conoscono le attese del
pubblico, sono in grado di offrire buoni spettacoli nonostante
tutti i rischi. E questo non è del tutto evidente. Guarda l'esempio
di Prince, eppure è il miglior
performer degli ultimi venti anni, assolutamente fantastico.
R&F: Sì, ma quando si vede a che punto è arrivato oggi…
DB: Perché ha fatto questo alla
sua musica? Queste sessioni senza fine, è stato un suicidi. Avrebbe
dovuto lasciare Minneapolis.
R&F: Dove è circondato da persone che lo lusingano.
DB: E in un certo periodo, faceva
due album all'anno, tutti 'sti bagordi funk, è davvero funk senza
senso. Un vero guazzabuglio; ha davvero molto talento, mi dà quasi
fastidio parlarne. Allo stesso tempo, è quello che voleva fare,
non si dovrebbe giudicarlo così duramente.
R&F: Il DVD musicale letteralmente esplode in Europa, il
mercato è giovane e porta davvero buoni risultati. Questa settimana
in Francia quelli più venduti sono: Led
Zeppelin, Queen e Iron Maiden…
DB: Sono indici molto chiari. I
giovani non pensano per forza che questa musica sia la migliore
ma credono in questi artisti.
R&F: Quindi, ci si deve aspettare che verrà loro voglia
di comperare gli Strokes in
DVD, o i White Stripes…
DB: Preferiscono aspettare uno o
due album. Vedere se ci saranno ancora fra due o tre anni e se
saranno ancora in grado di scrivere delle canzoni interessanti…
non va perso di vista il fatto che la popolazione occidentale,
la popolazione della Caucasia, è cresciuta a forza di musica pop.
Non una parte di musica pop, ma tutta la musica pop. La conoscono
tutti. E' un fatto comune a tutte le generazioni, non è più un
segno per riconoscersi. E' questo che ha ucciso il britpop. Piaceva
a tutti, ha messo d'accordo tutte le generazioni. Ed è questo
il cuore del problema: è sempre più difficile trovare una musica
che risalti, che divida le generazioni, che susciti una vera infatuazione
da parte dei giovani. La musica può dividere solo dal punto di
vista razziale: è senza dubbio vero che molti bianchi pensano
che la musica di colore sia pericolosa, almeno secondo i loro
criteri e i loro stereotipi. Ma non è più un problema di giovani
contro i vecchi: "lascereste che vostra
figlia sposi uno dei Rolling Stones" era una cosa che
una volta si leggeva. La domanda sembra davvero obsoleta oggi…
Mia figlia è una dei Rolling Stones
(ride).
R&F: Le differenze sono quindi altrove…
DB: Per esempio, alcuni ragazzi
sono ossessionati dalla loro carriera, molto più di quelli della
mia generazione. La maggior parte di loro è molto preoccupata
del futuro. E' legittimo, certo. E poi non si interessano che
alla loro piccola cerchia di amici. Noi eravamo molto diversi.
Quelli della mia generazione eravamo e siamo ancora molto esigenti.
La loro collezione di dischi va da Jimi
Hendrix ai Grandaddy.
E' come una cucina continentale un po' troppo robusta (ride).
R&F: Il mondo è quindi cambiato senza che i media e l'industria
se ne siano accorti…
DB: Divento livido quando mi si
chiede se ha ancora senso continuare a fare questo mestiere alla
mia età. Rispondo sempre che questa domanda non ha motivo di essere,
risale agli anni ottanta. Non la si può fare oggi. Osservate il
mondo! Aprite gli occhi!
R&F: Quindi Never Get Old
non è forse una buona scelta come primo singolo: evocare la propria
età può sottintendere che c'è una preoccupazione…
DB: Affronto il tema con ironia.
La penso come te alla fine, il primo singolo deve essere New Killer
Star. Ti viene in mente altro? (L'intervista
dura da quasi un'ora e facciamo vedere a David il sommario della
nostra rivista). Veramente, se devo essere onesto,
non leggo da anni la stampa musicale rock. Non è che la disprezzo,
ma non ha più posto nella mia vita, non ne ho davvero il tempo.
Tendo ad ascoltare i dischi che mi consigliano e di cui ho sentito
parlare su Internet. Ma francamente, non leggo mai nulla sui personaggi
del rock e sulla loro musica. Il mio tempo dedicato alla lettura
lo dedico unicamente ai libri che amo e che ho sempre voluto leggere.
Non compro nemmeno più i giornali. In compenso, percorro tutta
la stampa inglese ogni mattina su internet, l'Observer
o l'Indipendent, non tanto
il Post.
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