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New York, concerto per soli fans 1

New York, concerto per soli fans


Ecco il messaggio che Bowie stesso ha pubblicato sul BowieNet poche ore dopo il concerto:

Well, I’m winging off to UK in an hour. Just reflecting on last night. It’s you. y’know? You were and are such a great crowd. All the effort, rehearsals, bad food (heh heh) is for nothing without you. You made us all so very, very happy this last couple of shows and once again validate why we do what we do. I’m lucky enough to do the thing in life that I love. Music. But with you out there for me….WoW !! I’m double blessed!!
David Bowie aka Sailor

19 giugno 2000, New York
CONCERTO PER SOLI FANS

Ecco le recensioni a caldo dei nostri efficientissimi corrispondenti da New York:

LA SCALETTA: Wild is the wind – China girl – Changes – Stay – Life on Mars? – Absolute beginners – Ashes to ashes – The Jean Genie – Cracked actor – Little wonder – This is not America – Fame – All the young Dudes – The Man who sold the world – Station to station – Starman – Hallo’ spaceboy – Under pressure – I dig everything – London boys – Heroes – Let’s dance – I’m afraid of americans

LA RECENSIONE DI GENNARO E ELLY:
Dopo il non concerto di sabato eravamo un po’ nervosi riguardo a stasera Con Elly abbiamo fatto una puntatina al Roseland Ballroom verso le 13 e c’era gia’ una trentina di persone in fila, gente che era li’ dalla sera prima. Siamo tornati alle 17.30 e la fila aveva gia’ dimensioni notevoli. Alle 19 aprono i cancelli e comincia la frenesia…correre dentro, andare a prendere le magliette, guardarsi intorno, mantenere la posizione…. Grande la musica prima del concerto (chi ha piu’ di 35 anni apprezzera’ di sicuro):tutto il meglio degli anni 70, Sparks, Mick Ronson, Iggy Pop, John Lennon, Velvet Underground, T.Rex, Roxy Music, New York Dolls, Ultravox, qualche autocelebrazione, V2 Schneider e John I’m only dancing,e omaggi a gruppi che certamente lo adorano, Suede e Placebo. Alle 20.15 comicia…

New York, concerto per soli fans 2..Alle 20.15 comincia la musica di sottofondo del Bowienet per circa 15 minuti (inquietante). Alle 20.30 precise si spengono le luci ed entra M.Garson che comincia a suonare il piano; entra il gruppo…entra Bowie e subito interrompe la canzone per presentare un ospite d’eccezione: alle percussioni Dannis Davis! Riparte ed e’ Wild is the wind, bellissima (complimenti ai suoi dottori: qualsiasi cosa gli abbiano dato per fargli tornare la voce ha funzionato benissimo). Finita la canzone si scusa con il pubblico per sabato, dice che non gli era mai successa una cosa del genere, svegliarsi la mattina dopo un concerto e…silenzio totale, non riuscire ad emettere un suono. E’ allegro, scherza molto col gruppo e con il pubblico; capelli biondi lunghi, molto Hunky Dory, pantaloni blu e casacca da marinaio. Attacca China girl nella classica versione, non quella con l’intro lento che ha fatto a Storytellers. Alla fine comincia a giocare col pubblico: “Se dovessi dirvi Hallo Bowienetters come mi riswpondereste?” e tutti “Hallo DAvid” e lui, “No, no, se vi dico Hallo Bowienetters dovete rispondere Hallo Sailor!” Breve presentazione e Ch Ch Changes. La bravura di Earl Slick viene subito fuori sull’intro di Stay…agile, nervosa, grande esecuzione. Life on Mars e’ bella ma…niente a che fare con quella dell’Alcatraz 🙂 ! ! ! ! “Quella che suoniamo adesso e’ una delle poche belle canzoni che ho scritto negli anni 80” scoppia a ridere e parte Absolute beginners, decisamente notevole, la band e’ molto affiatata e sembrano divertirsi tutti. Dopo Ashes to ashes annuncia Jean Genie e sparisce; la band continua a suonare e dopo qualche minuto torna sul palco con un altro vestito, camicia bianca e giacca color crema. Jean Genie e’ potente e in mezzo suona l’armonica e ci infila anche Love me do dei Beatles. Lo vediamo guardare spesso sulla destra, ci voltiamo e vediamo Iman nei posti riservati, mentre piu’ in alto a sinistra c’e’ Tony Visconti. Dopo Cracked actor invita sul palco uno special guest……la Bowienetter venuta da piu’ lontano, e sale sul palco una giapponese in kimono che e’ venuta da Tokyo. Bowie l’abbraccia e la invita a dire qualcosa…lei dice che non si sarebbe mai immaginata….e scoppia in lacrime. Parte Little Wonder, durissima, This is not Americaa e Fame in una grande versione all’altezza di quella di Stage. A questo puntoi siamo gia’ in delirio ma il buon David ci stende definitivamente con una quartina potentisima: All the young dudes, cantata da tutti quanti, con le luci accese, The man who sold the world, e….cosa sono questi fischi…questo rumore di ferraglia…noooo…Station to station!!! Grande, grande, grande…he sings like a demon from station to station……che colpo, ma non basta. Ecco Starman, e qui comincia qualche problema di voce e invita il pubblico a cantare il ritornello. Per il finale una tiratissima Hallo Spaceboy (dove ha fumato l’unica sigaretta del concerto) e l’immancabile Under Pressure. Alle 22.13 (grazie Andrea) ringrazia e scompare. Torna fuori per il bis con una giacca lunga color carta da zucchero molto bella e annuncia due brani che stanno 20.15 comincia la musica di sottofondo del Bowienet per circa 15 minuti (inquietante). Alle 20.30 precise si spengono le luci ed entra M.Garson che comincia a suonare il piano; entra il gruppo…entra Bowie e subito interrompe la canzone per presentare un ospite d’eccezione: alle percussioni Dannis Davis! Riparte ed e’ Wild is the wind, bellissima (complimenti ai suoi dottori: qualsiasi cosa gli abbiano dato per fargli tornare la voce ha funzionato benissimo). Finita la canzone si scusa con il pubblico per sabato, dice che non gli era mai successa una cosa del genere, svegliarsi la mattina dopo un concerto e…silenzio totale, non riuscire ad emettere un suono. E’ allegro, scherza molto col gruppo e con il pubblico; capelli biondi lunghi, molto Hunky Dory, pantaloni blu e casacca da marinaio. Attacca China girl nella classica versione, non quella con l’intro lento che ha fatto a Storytellers. Alla fine comincia a giocare col pubblico: “Se dovessi dirvi Hallo Bowienetters come mi riswpondereste?” e tutti “Hallo DAvid” e lui, “No, no, se vi dico Hallo Bowienetters dovete rispondere Hallo Sailor!” Breve presentazione e Ch Ch Changes. La bravura di Earl Slick viene subito fuori sull’intro di Stay…agile, nervosa, grande esecuzione. Life on Mars e’ bella ma…niente a che fare con quella dell’Alcatraz 🙂 ! ! ! ! “Quella che suoniamo adesso e’ una delle poche belle canzoni che ho scritto negli anni 80” scoppia a ridere e parte Absolute beginners, decisamente notevole, la band e’ molto affiatata e sembrano divertirsi tutti. Dopo Ashes to ashes annuncia Jean Genie e sparisce; la band continua a suonare e dopo qualche minuto torna sul palco con un altro vestito, camicia bianca e giacca color crema. Jean Genie e’ potente e in mezzo suona l’armonica e ci infila anche Love me do dei Beatles. Lo vediamo guardare spesso sulla destra, ci voltiamo e vediamo Iman nei posti riservati, mentre piu’ in alto a sinistra c’e’ Tony Visconti. Dopo Cracked actor invita sul palco uno special guest……la Bowienetter venuta da piu’ lontano, e sale sul palco una giapponese in kimono che e’ venuta da Tokyo. Bowie l’abbraccia e la invita a dire qualcosa…lei dice che non si sarebbe mai immaginata….e scoppia in lacrime. Parte Little Wonder, durissima, This is not Americaa e Fame in una grande versione all’altezza di quella di Stage. A questo puntoi siamo gia’ in delirio ma il buon David ci stende definitivamente con una quartina potentisima: All the young dudes, cantata da tutti quanti, con le luci accese, The man who sold the world, e….cosa sono questi fischi…questo rumore di ferraglia…noooo…Station to station!!! Grande, grande, grande…he sings like a demon from station to station……che colpo, ma non basta. Ecco Starman, e qui comincia qualche problema di voce e invita il pubblico a cantare il ritornello. Per il finale una tiratissima Hallo Spaceboy (dove ha fumato l’unica sigaretta del concerto) e ancora provando, quindi non e’ sicuro di come verranno fuori: I dig everything e London boys con Gayle e una delle coriste ai clarinetti. l’atmosfera si e’ un po’ raffreddata. Bowie invita sul palco Thomas Dolby (un cantante degli anni 80 e creatore di Beatnik, uno dei plug in usati nel Bowienet) e iniziano una versione di “Heroes” strana, molto scarna e in sordina ma solo fino al primo ritornello dove esplode con tutta la sua forza. Torna sul palco Dannis Davis e parte una strana canzone…ma cos’e’?….the blues…..if you should fall….ma e’ Let’s dance che dopo un intro molto particolare parte come la conosciamo tutti. I’m afraid of Americans, grande come sempre, termina il concerto. Prima di andar via guarda verso Iman e dice “Goodbye darling, see you at home” Sono le 22.45, siamo stravolti!


LA RECENSIONE DI ANDREA GEM:
“A SAILOR IN CYBERSPACE” (THE BOWIENET CONCERT – NEW YORK JUNE 19TH 2000)
Dopo un’ora e mezza circa di coda tra variopinti cloni e fans di ogni provenienza ed eta’, entriamo poco dopo le 19 al Roseland Ballroom. Ci sistemiamo nelle prime file davanti al palco e inizia l’attesa, peraltro piacevole grazie alla selezione di brani pre-concerto composta da classici di Iggy, Lou, Mick Ronson, piccole gemme dimenticate del cosiddetto “afterpunk” (chi se lo ricorda?) come “Dislocation” degli Ultravox!, pezzi di “nipotini” illustri come Suede e Placebo e , incredibile, anche “John I’m only dancing” dello stesso Bowie. I tecnici intanto ultimano i preparativi sul palco, mentre il pubblico, che nel frattempo ha riempito tutti gli spazi disponibili, comincia a rumoreggiare. Gli altoparlanti diffondono ora la musica di sottofondo che accompagna la navigazione sul Bowienet. Alle 20.30 le luci si spengono, entra la band (la stessa del tour dello scorso anno, con Earl Slick al posto di Paige Hamilton) e attacca una specie di sigletta iniziale sulla quale (finalmente!) eccolo…sorridente, i capelli lunghi e schiariti che lo restituiscono al periodo “Hunky Dory”, in pantaloni scuri e casacca da marinaio: il “sailor” del Bowienet! David saluta, scusandosi immediatamente per l’annullamento del concerto di sabato (una decisione che davvero deve essergli costata molto), ma ora e’ tempo di iniziare e inaspettatamente e’ “Wild is the wind” ad essere scelta proprio come brano di apertura, quasi a volerci rassicurare che la voce e’ tornata, calda ed espressiva come sempre. L’interpretazione e’ intensa e conquista il pubblico gia’ estasiato. Seguono un’energica “China girl” con le consuete divertenti mimiche e a ruota “Changes” che coinvolge tutti nel ritornello. Poi tutte le luci si spengono, lasciando soltanto come sfondo un cielo punteggiato di stelle azzurre (effetto che ricorrera’ anche in altri momenti dello show): Earl Slick attacca una “Stay” tesa e sofferta, da applauso a scena aperta. “Life on Mars?” poi ci avvolge nella sua infinita dolcezza, in una versione simile a quella del minitour di “hours”. David scherza, racconta divertenti aneddoti tra un brano e l’altro, presenta sul palco una bowienetter giapponese, appare insomma rilassato e contento. A sorpresa, ecco “Absolute beginners”, annunciata come “la piu’ bella canzone che abbia composto negli anni Ottanta” ( e chi potrebbe smentirlo?). Il successivo cambio di strumenti tra Gail Ann Dorsey e Mark Plati ci fa capire che sta per arrivare “Ashes to ashes”: l’intesa tra i musicisti e’ perfetta (non a caso Bowie ha dichiarato sul Journal che questa e’ la migliore band che abbia mai avuto). Dopo il chorus finale “My mama said to get things done, you’d better not mess with Major Tom”, David sparisce dietro le quinte, lasciando il gruppo a una lunga intro strumentale di “Jean Genie”. Rientra poco dopo, con una giacca lunga su cui spiccano due grossi bottoni e si inserisce nel blues con l’armonica a bocca. Del testo della canzone rimane solo l’ultima strofa, con il singolare inserimento di “Love me do” dei Beatles. Bowienetters in delirio e la festa continua con un altro brano da “Aladdin Sane”: e’ “Cracked Actor”, veloce, quasi rabbiosa, durante la quale il palco si illumina a giorno grazie a luminosissimi neon che ricordano il lighting del tour di “Stage”. Non c’e’ un momento di pausa perche’ si prosegue con una delle poche concessioni al repertorio recente, “Little Wonder”, indiavolata nelle sue ritmiche drum’n’bass, che tuttavia si conferma decisamente un pezzo “scaldapubblico”. E’ la volta poi di un’altra sorpresa: il pezzo nato dalla collaborazione con Pat Metheny, “This is not America”, ci da’ il giusto momento di riposo, visto che la successiva “Fame” ci fara’ nuovamente sobbalzare tutti! L’inno del glam “All the young dudes” e’ un altro momento di grande gioia collettiva, cosi’ come “The man who sold the world”, che viene proposta in una versione piu’ vicina all’originale che non quella “trip hop style” del tour di Outside/Earthling, con David che canta quasi immobile, immerso in un fascio di luce bianca. Nell’ovazione che segue, cominciamo a sentire il lento soffiare di un treno in partenza, mentre sinistri bagliori sul palco lasciano illuminata solo la figura di un Earl Slick quasi in trance che letteralmente “violenta” la sua chitarra: e’ l’introduzione di uno dei brani piu’ attesi, “Station to station”, decisamente uno dei punti piu’ alti di tutta l’esibizione. E quando David comincia a cantare “It’s too late”, dando una sbirciata all’orologio, crediamo ormai di essere giunti alla fine. Ma c’e’ ben altro in agguato: alla narrazione del ritorno del Thin White Duke, seguono una “Starman” davvero corale e una violentissima “Hallo spaceboy”. Restiamo ancora una volta attoniti per la straordinaria qualita’ risultante dal perfetto amalgama tra Bowie e la sua band. David raggiante si avvicina a Gail Ann Dorsey, le da’ un bacetto e con uno schioccar di dita a tempo ci porta all’ultimo brano in scaletta: “Under pressure”, ormai un classico con la bravissima bassista nella parte di Freddie Mercury. Sono le 22.13 quando David sul palco sfavillante di luci saluta tutti, ringraziandoci di essere venuti…ma e’ solo questione di pochi minuti…un veloce cambio d’abito e rieccolo! in marsina grigia, elegantissimo, a proporci due brani “resuscitati” dalla produzione dei primi anni Sessanta (che lui stesso definisce in gran parte “imbarazzante”): una “I dig everything” rivitalizzata per l’occasione, ma soprattutto una appassionata e vibrante “The London Boys”, con Gail e Emmy al clarinetto. Una bella sorpresa decisamente, ed ecco che piano piano, quasi in sordina, ci ritroviamo dentro l’inno immortale di “Heroes”, che ogni volta ci arricchisce di nuove sensazioni. Non abbiamo smesso di ballare e urlare a squarciagola che David ci stupisce con una versione stranissima, quasi da crooner inizialmente, di “Let’s dance”, riconoscibile sulle prime solo dalle parole…un lampo di luce ed eccoci trasportati “under the moonlight, this serious moonlight” a “ballare il blues”. La chiusura definitiva e’ affidata a “I’m afraid of the Americans”, anthem che qui acquista una valenza particolare…la versione e’ tremendamente carica di energia, che dal palco si riversa su di noi e viceversa. Ore 22.45: e’ davvero il momento dei saluti..David si sbraccia, distribuisce sorrisi, ringrazia tutti di nuovo tuffandosi definitivamente nell’oscurita’ del palco. Si riaccendono le luci e riprende il sottofondo musicale del Bowienet. Lentamente, torniamo tutti alla “realta’”, iniziamo a scambiarci commenti e riflessioni, certi comunque di aver assistito ad una straordinaria performance di questo ultracinquantenne che, come scritto nell’ultimo numero del Time Out di New York, “sembra avere ancora molto da farci vedere”.

New York, concerto per soli fans 3Grazie a Gennaro,Elly e Andrea Gem… e moltissimi complimenti da tutti noi!!!

 

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Chi è VG Crew

VG Crew
La Crew di VG è formata da Daniele Federici e Paola Pieraccini. Daniele Federici è organizzatore di eventi scientifici ed è stato critico musicale per varie testate, tra cui JAM!. E'autore di un libro su Lou Reed del quale ha tradotto tutte le canzoni, prima di farlo con quelle di Bowie. Paola Pieraccini, imprenditrice fiorentina, è presente su VG fin dall'inizio e lo segue dagli anni '70. Entrambi hanno avuto modo di incontrare Bowie come rappresentanti di VG.

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