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The Man Who Sold the World : nuove traduzioni

The Man Who Sold the World”, originariamente intitolato “Metrobolist”, quest’anno ha spento 50 candeline. Mezzo secolo che non ha scalfito minimamene la bellezza e il fascino di un album a tratti oscuro. Per l’occasione, abbiamo rivisto e aggiornato tutte le traduzioni dell’album con l’ausilio di Marco Michelacci, traduttore esperto e appassionato, che attraverso una ricerca filologica precisa e approfondita, ha restituito a questi brani un senso e una chiarezza incredibili. Ci racconta le tematiche dell’album in questo articolo introduttivo e attraverso i link che rimandano alle traduzioni.

The Man Who Sold the World : nuove traduzioni 1
La copertina americana originale

Dopo l’uscita in America il 4 novembre del 1970, Metrobolist, ormai noto come The Man Who Sold The World, arriva anche in Europa nell’aprile del 1971.

In occasione del cinquantesimo anniversario della pubblicazione, celebrata da Parlophone con una edizione speciale, anche Velvet Goldmine ha deciso di rendere omaggio a questo album rivedendo tutti i testi e le loro traduzioni attraverso un approfondimento dei temi in essi trattati.

Molto è stato scritto e detto su Bowie narratore ed in particolare sulla difficoltà interpretativa dei suoi testi.

The Man Who Sold the World/Metrobolist non fa eccezione.

Partiamo dal titolo: è nota l’assonanza con quello del film diretto da Fritz LangMetropolis” nel 1927; forse meno conosciuta è la spiegazione che troviamo nel saggio di Simon GoddardBowie Odissey 70”, dove l’autore riporta una conversazione di Bowie con Mike Weller (che sarà il realizzatore della copertina) dopo che questi aveva ascoltato tutti i brani dell’album che David aveva appena finito.

“Queste sono canzoni piene di inquietudine, David” è la prima reazione di Mike, cui Bowie risponde, imitando l’accento dello Yorkshire, “Yes, that’s me trouble list” (“Sì, è la mia lista delle preoccupazioni”) – Me-Trouble-List: i suoni riecheggiano fino a comporre un’unica parola – Metrobolist.
“Sì, Metropolis! Di Fritz Lang” esclama David, che pur non avendo visto il film lo conosce ed intuisce immediatamente che è quello il titolo più adatto al suo nuovo album.

I testi esprimono tutte le emozioni di un’anima tormentata ed affrontano, tra l’altro, alcuni dei timori che Bowie si portava dietro da tempo, primo fra tutti quello della pazzia, un tema che ritornerà più volte nella sua produzione e che lo tocca da vicino.

All The Madmen, che trae ispirazione proprio dalla vita del fratello Terry Burns, internato nel manicomio di Cane Hill, è il testo più emblematico, ma troviamo riferimenti alla alienazione ed alla solitudine che ne consegue anche in After All, dove viene ribadito il rapporto tra follia e fanciullezza: matti e bambini sembrano essere gli unici liberi di esprimere le proprie emozioni oltre le convenzioni sociali.

I temi filosofici sono un altro caposaldo della produzione di Bowie di questo periodo: in The Width Of A Circle si confronta con la religione buddhista, che aveva esercitato un forte fascino su di lui, tanto da fargli desiderare di diventare monaco. Il dubbio che questa non sia una strada percorribile inizia ad insinuarsi nella sua mente e così anche nei suoi testi.
Ma è nella seconda parte che il brano ci sorprende trasformandosi nella narrazione onirica di un incontro dai chiari risvolti omoerotici.

The Man Who Sold the World : nuove traduzioni 2

Il sesso vissuto e raccontato in modo passionale ritorna in She Shook Me Cold, ma, questa volta, è una donna che conduce il gioco erotico e rende folle il predatore trasformandolo in preda.

Il brano che dà il titolo con cui l’album sarà in seguito conosciuto, The Man Who Sold The World, ci riporta al tema del tempo ed al suo scorrere inesorabile, ma anche al tema dello sdoppiamento del sé, il riflesso dell’anima che può incutere timore quando ci appare diverso e opposto.

In un album che, dai racconti di coloro che circondavano David, lo vede buttar giù testi all’ultimo minuto, talvolta per dare corpo ad una base musicale abbozzata, non poteva mancare un “intruso”, una “stranezza” che, in fondo, riesce a far parlare di sé ogni volta che se ne ricerca il significato: è il caso di Black Country Rock.

Tra le costanti della scrittura nella seconda metà degli anni ’60, oltre all’interesse per le religioni orientali e per i loro divulgatori, non poteva mancare il riferimento alla guerra (quella del Vietnam) e al pacifismo (quello del movimento Hippie e degli studenti americani): Bowie ne parla ma usando le parole crude e cariche di odio del protagonista di Running Gun Blues che si rifiuta di deporre il suo amato fucile.

Saviour Machine ci riporta in un futuro in cui la perfezione utopistica tanto vagheggiata dagli uomini si trasforma nel peggiore degli incubi per la macchina creata apposta per soddisfare i loro bisogni: una critica ed un monito per l’uso distorto che può essere fatto della religione quando questa diventa strumento di stato nelle mani dei potenti.

Il compito del brano finale, The Supermen, è quello di sintetizzare i temi filosofici del “superuomo” e del “pensiero magico”, già presenti in passato e che verranno ripresi in altre composizioni, fondendoli nell’affascinante atmosfera della mitologia greca, altro grande interesse di Bowie: lo straziante dolore di vivere delle creature immortali che sognano di poter morire, pervade ogni parola ed ogni nota cantata da David.

Marco Michelacci

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Chi è VG Crew

La Crew di VG è formata da Daniele Federici e Paola Pieraccini. Daniele Federici è organizzatore di eventi scientifici ed è stato critico musicale per varie testate, tra cui JAM!. E'autore di un libro su Lou Reed del quale ha tradotto tutte le canzoni, prima di farlo con quelle di Bowie. Paola Pieraccini, imprenditrice fiorentina, è presente su VG fin dall'inizio e lo segue dagli anni '70. Entrambi hanno avuto modo di incontrare Bowie come rappresentanti di VG.

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