“Lazarus” il musical di David Bowie trionfa in Italia tra pregiudizi e rivelazioni

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Foto Fabio Lovino

Il musical “Lazarus” di David Bowie, nel suo adattamento italiano curato da Walter Malosti, è in tour. Abbiamo avuto l’occasione di vederlo e il nostro giudizio è stato positivo. Ce lo racconta Luca Maffei, che ha incontrato anche il regista e scoperto che Bowie non era del tutto soddisfatto della prima messa in scena. E che avrebbe voluto scrivere molti più brani.

di Luca Maffei

Abbiamo visto Lazarus e abbiamo avuto anche la fortuna di scambiare qualche parola col regista Valter Malosti. L’occasione è stata al termine dell’incontro col pubblico organizzato al Teatro Storchi di Modena lo scorso 1 aprile. In questo articolo troverete un resoconto completo e non lineare della giornata.

Lazarus Musical italia Bowie Locandina Teatri

Every man has a black star

a black star over his shoulder

And when a man sees his black star

He knows his time, his time has come

Elvis Presleys – Blackstar

Si alza il sipario. Bastano pochi istanti per capire che questa nuova trasposizione di “Lazarus” ha colto un punto importante. Thomas Jerome Newton è solo. Sprofondato su una poltrona nella penombra del suo appartamento. Gli schermi televisivi attorno a lui trasmettono l’immagine di Elvis Presley, mentre echeggia un frammento della sua Blackstar.

Lazarus Bowie Italia Musical Agnelli

Non sarà l’unico riferimento all’ultimo, fondamentale, album di David Bowie: un teschio su un tavolino, una tuta da astronauta, una piccola stella nera al collo di Newton/Manuel Agnelli. Sono tutti elementi che testimoniano il legame stretto e innegabile che unisce le ultime due opere del compianto Duca Bianco.

Un “Lazarus” che, lungo tutti i suoi 120 minuti di durata, sembra più vicino, nella messa in scena, nel tono e nelle coreografie dei balli, agli ultimi due videoclip di Bowie (Blackstar e Lazarus, appunto) che alla prima rappresentazione minimalista portata in scena da Ivo Van Hove.

Un “Lazarus” che non ignora l’elefante nella stanza: David Bowie stava morendo mentre lavorava a questo progetto. E questo si vede e si percepisce, oltre che a essere evidente nelle battute dei personaggi.

Pochi minuti prima dello spettacolo abbiamo incontrato il regista Valter Malosti, col quale abbiamo parlato del lungo percorso che ha portato alla versione definitiva di “Lazarus“. Un viaggio iniziato nel 2005, quando Bowie e l’amico produttore Robert Fox acquistarono i diritti per una trasposizione teatrale di The Man Who Fell To Earth di Walter Tevis. Viaggio poi proseguito a singhiozzo per i successivi dieci anni, nei periodi in cui il cuore fragile di Bowie gli permetteva di lavorare serenamente. Mentre prendeva forma, durante il decennio del silenzio, questo non-musical, la storia verteva sull’incontro tra Newton e la reincarnazione (vera o presunta?) della poetessa Emma Lazarus in una trama incongruente che vedeva il ritrovamento di una serie di canzoni perdute di Bob Dylan e una banda di Mariachi messicani sullo sfondo.

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Nella sua versione definitiva, scritta da Enda Walsh sotto la guida di Bowie, “Lazarus” è (forse) la storia della mente di un uomo che va in frantumi durante i suoi ultimi momenti di vita. T. J. Newton è chiaramente David Bowie, ma potrebbe essere anche ognuno di noi (da qui il gioco di parole, nella locandina originale, in cui si evidenziavano le lettere US di “Lazarus“). Giunto al termine della sua esistenza terrena, l’uomo che cadde sulla terra subisce un tiro mancino da parte della sua psiche devastata: l’illusione di una possibilità di fuga, la costruzione dal nulla di un razzo che lo riporterà tra le stelle. I fantasmi che gli fanno visita nel corso del racconto, in una sorta di Canto di Natale contemporaneo, sono proiezioni della sua mente che hanno l’obiettivo di fare emergere i ricordi dei momenti più disparati della sua vita.

E così “Lazarus” diventa un racconto non lineare, una collezione di frammenti di memoria che viaggiano da momenti di grande intensità ad altri di quasi totale futilità, dalla dolcezza infinita di una ragazza senza nome che ricorda tanto la Baby Grace Blue di outsideiana memoria, alla furia distruttrice di un serial killer invadente e logorroico.

Valter Malosti sembrava quasi predestinato a portare “Lazarus” in Italia. Amico di lunga data di Enda Walsh, del quale ha già trasposto altre opere nel nostro Paese, ha provato ad assicurarsi i diritti per la trasposizione italiana fin da quando il musical è andato in scena la prima volta. Quando gli eredi di Bowie hanno cercato informazioni su di lui è stato lo stesso Walsh a fornirle e a dare la benedizione al progetto. Il percorso per assicurarsi i diritti di trasposizione è stato complicato: la Bowie Estate ha voluto infatti visionare la traduzione della sceneggiatura (a sua volta ritradotta in inglese e confrontata con l’originale!) prima di dare l’ok al progetto. Un altro requisito fondamentale per poter portare l’opera da noi è che dovesse essere rappresentata nei teatri tradizionali e non nei teatri da musical.

Quando gli chiediamo se può dirci dove finisce il lavoro di Bowie e dove comincia quello di Walsh, il regista ci risponde che è impossibile stabilirlo. Si tratta di un’opera realizzata a quattro mani in ogni aspetto.
Durante l’incontro col pubblico nel pomeriggio, dove Massimo Cotto ha intervistato Manuel Agnelli e Malosti, siamo rimasti molto colpiti da una notizia in particolare: pare infatti che Bowie non fosse completamente soddisfatto della messa in scena minimale adottata da Van Hove nel 2015. Nonostante la ritenesse eccessivamente fredda, non ha voluto interferire minimamente con le decisioni del regista, dimostrando fino alla fine una classe superiore alla media.

Quindi com’è la versione italiana di Lazarus?

Non è una semplice riproposizione del lavoro di Van Hove coi testi adattati in italiano. È una rilettura che non teme di discostarsi da quanto già fatto in passato e che trova i suoi momenti di maggiore splendore proprio quando compie le scelte più coraggiose. La gestione del palco per la messa in scena dei luoghi del racconto è simile (siamo sempre nell’appartamento di Newton, c’è sempre l’escamotage degli schermi televisivi per mostrare situazioni che si svolgono altrove e sono sempre presenti i musicisti sul palco); la scenografia non potrebbe però essere più lontana da ciò che già conoscevamo. È una casa buia, opprimente, piena di oggetti, molto più vicina alla casa ideale di un soggetto come T. J. Newton rispetto all’appartamento scintillante visto in passato. Una pedana rotante fa intuire al pubblico l’instabilità mentale del protagonista fin dai primi istanti, mentre Agnelli intona la title track con una passione che toglie ogni dubbio al minuto uno.

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La performance degli attori è costantemente accompagnata da un ottimo lavoro di sound design e da opere di videoarte che scorrono sugli schermi installati sul palco, riempiendo ulteriormente la scena e l’occhio dello spettatore. La band, composta da sette elementi, si integra perfettamente nella scenografia e rende pienamente giustizia ai diciassette brani che compongono la colonna sonora dello spettacolo. Anche in questa versione di Lazarus i fan potranno ascoltare la voce di Bowie direttamente in scena, in due diversi momenti (il grido “shut up!” al termine della bellissima It’s No Game e un frammento di D.J. durante uno dei momenti clou).

Malosti ha le idee chiare sulla strada da percorrere. Adatta il testo alla propria visione, come un regista dovrebbe sempre fare, senza paura di cambiare l’ordine delle canzoni (When I Met You è il secondo brano anziché il penultimo e non c’è niente da dire: funziona meglio così) oppure i momenti in cui le stesse iniziano (“Lazarus” parte all’inizio dello spettacolo e non dopo i primi dialoghi). Ma anche cambiare i personaggi che le devono cantare, con il risultato che anche chi conosce già molto bene il testo originale rimane sorpreso per tutta la durata. Rispetto alla versione in scena a Londra vengono eliminati alcuni momenti. Viene però ripescato un episodio terribile presente nella versione del 2015 e non riproposto in quella dell’anno successivo.

Malosti Lazarus Musical Bowie Italia

Il maggiore merito del regista è quello di avere valorizzato al meglio la natura dell’opera. “Lazarus” infatti è incompiuto. Come i migliori testi di Bowie, che spesso neanche un madrelingua riesce a decifrare fino in fondo, è un’opera palesemente incompleta. Il suo fascino risiede proprio in questo aspetto. La gestazione è stata molto lunga e Bowie non ha mai smesso di apportare modifiche al testo: è facile immaginare che, se avesse avuto più tempo a disposizione, avrebbe continuato a lavorarci spingendosi in chissà quali territori.

Quello che ora sappiamo per certo, è che aveva previsto di comporre un maggior numero di brani originali per l’opera, ma le precarie condizioni di salute non gli hanno concesso di lavorare ai ritmi desiderati. Nell’adattamento italiano, il senso di incompiutezza e le lacune da colmare con la propria fantasia sono forse l’aspetto più stimolante. La soddisfazione maggiore è stata vedere la straordinaria reazione del pubblico (vasto, eterogeneo e coinvolto oltre ogni più rosea aspettativa) sia durante che alla fine dello spettacolo.

Non era affatto scontato, data la natura dell’opera.

L’aspetto che forse interessava i fan del Duca Bianco era però quello delle performance canore e recitative. A chi era scettico nei confronti di Manuel Agnelli e Casadilego in quanto “solo” cantanti possiamo solo dire che, fortunatamente, Nicolas Roeg non si pose questo problema quando scelse una rockstar come protagonista di L’uomo che cadde sulla terra.

Agnelli (alla prima prova come attore) si approccia alla materia con grande umiltà, canta senza cercare di imitare Bowie e porta a casa delle interpretazioni pienamente convincenti per ognuno dei brani, raggiungendo vette altissime in Lazarus, Where Are We Now e Absolute Beginners. Il suo è un Newton rabbioso e scorbutico, cupo come non eravamo abituati a vederlo e lontanissimo da quello di Michael C. Hall: all’inizio respinge in ogni modo i fantasmi/le allucinazioni che gli fanno visita, salvo poi iniziare ad aprirsi e lasciarsi progressivamente catturare dalla spirale della propria follia. Il suo arco narrativo è semplicemente perfetto.

La maggiore sorpresa però è Casadilego nei panni di Marley, molto più terrena rispetto a Sophia Ann Caruso: le sue interpretazioni di No Plan e, soprattutto, di Life On Mars? restano impresse a lungo dopo la visione. Valentine è impersonato invece da Dario Battaglia, che ricorda molto Andy Warhol nel look e convince in pieno sia nella sgradevolezza del personaggio che nelle sue interpretazioni di tre dei brani migliori di The Next Day: Love Is Lost, la brechtiana Dirty Boys e la ciliegina sulla torta Valentine’s Day, uno degli highlights della serata. Chiude il quartetto dei protagonisti Michela Lucenti nei panni di Elly, l’assistente di Newton posseduta da Mary Lou, vecchio amore del protagonista: ottima nel rendere palese la follia del personaggio coi movimenti del corpo, un po’ meno convincente nell’interpretazione di Changes e Always Crashing In The Same Car, gli unici due brani che soffrono un po’ dei nuovi arrangiamenti, perfetti e mai banali in tutti gli altri casi.

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Fedele alla volontà di David Bowie, questo nuovo “Lazarus” è un’esperienza di teatro totale che si contamina con la musica dal vivo, la danza e la videoarte per dare al pubblico un’esperienza nuova e mai banale. Non è l’unico “Lazarus” possibile, ma ci insegna che testi come questo esistono allo scopo di essere reinventati ogni volta da chi li mette in scena, acquisendo nuove sfumature e nuovi significati a ogni rilettura. Una scommessa vinta sotto tutti i punti di vista.
Non ci resta ora che incrociare le dita e sperare in un DVD e in un album della colonna sonora, in modo da lasciare una traccia permanente di questa iniziativa. Chissà che la futura visita di Robert Fox in Italia per assistere a una data dello spettacolo non apra scenari interessanti in tal senso.

Per chi fosse interessato ad approfondire ulteriormente il mondo di “Lazarus“, possiamo annunciare però che La Nave di Teseo pubblicherà prossimamente la sceneggiatura dell’opera, in un’edizione curata da Malosti e da Enda Walsh. Si tratterà di una versione diversa dal libretto già pubblicato in lingua originale alla fine del 2016, che conteneva le indicazioni di regia e messa in scena di Ivo Van Hove: in questa versione ci saranno solo i dialoghi e quei pochi elementi scenografici già presenti nel testo originale di Walsh. Probabilmente si tratterà della pubblicazione in assoluto più vicina al testo concepito da Bowie, e noi non vediamo l’ora di perderci nella lettura.

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Chi è VG Crew

La Crew di VG è formata da Daniele Federici e Paola Pieraccini. Daniele Federici è organizzatore di eventi scientifici ed è stato critico musicale per varie testate, tra cui JAM!. E'autore di un libro su Lou Reed del quale ha tradotto tutte le canzoni, prima di farlo con quelle di Bowie. Paola Pieraccini, imprenditrice fiorentina, è presente su VG fin dall'inizio e lo segue dagli anni '70. Entrambi hanno avuto modo di incontrare Bowie come rappresentanti di VG.

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