Il Mucchio Selvaggio, dicembre 1999

David Bowie Alcatraz Milano 4 dicembre 1999

Sold out annunciato e un concerto magistrale: il Thin White Duke al massimo della forma, una band eccellente e un set che ha stupito non poco per la scelta dei brani proposti…

Sotto la Madonnina, per l’ennesima volta, bisogna fare una cernita: alle 21 precise, di un giorno d’inizio dicembre, sono previsti i concerti di David Bowie e di Joe Strummer. Spiace per l’ex Clash, ma il Thin White Duke è un’attrazione irresistibile, soprattutto perché vederlo in un locale come l’Alcatraz – poco più di duemila persone, naturalmente sold out – è uno di quegli eventi che accadono solo una volta. Non sappiamo com’è andata dall’altra parte, ma dopo due ore di spettacolo la scelta non ha suscitato alcun rimpianto. Anzi, il David Bowie sceso nel freddo milanese si è rivelato superlativo.

Forma smagliante, degna di Iggy Pop e di Mick Jagger; e soprattutto una band precisa e duttilissima, guidata nientemeno che da Page Hamilton degli Helmet, assoldato in sostituzione del dimissionario Reeves Gabrels. Con queste premesse, David Bowie ha proposto uno show camaleontico come non mai, dove a ogni singolo brano si è assistito a stupefacenti cambi di registro musicale. Coerenza dell’incoerenza: il Duca è impareggiabile, in questo senso. Diciassette brani e all’incirca diciassette David Bowie diversi.

L’inizio è di quelli che non ci si aspetta, capace di stregare immediatamente. Si spengono le luci e David Bowie appare al centro del palco da solo: incredibile, tocca subito a Life On Mars? solo piano e voce. La folla è in visibilio e all’istante verrebbe voglia di andare a casa, poiché non può esserci niente di meglio sulla faccia della Terra. E su quella di Marte. Sistemata la band sul palco, s’inizia con la bell’accoppiata Thursday’s Child Ashes To Ashes, puro sexy soul nel nome di Marvin Gaye. Niente male Duca, continua così. Con Survive si è per l’appunto all’opposto: pezzo duro, potente, fra i migliori del recente Hours… Niente da fare, David Bowie è un’anguilla e, difatti, torna indietro al 1966, quand’era un mod cotto di Kinks e di Who: signori, Can’t Help Thinking About Me (all’epoca erano David Bowie & The Lower Third), rock’n’roll per palati fini che porta dritti nel cuore della Londra di quattro decenni orsono. Niente paura, è solo una tappa. China Girl in altre parole Iggy Pop smaltato anni ‘80: magnifica versione, molto up tempo e con un grande Page Hamilton a tirare le fila con la sua chitarra. Something In The Air, ancora Hours… e ancora un grande brano, peraltro arrangiato diversamente dall’originale. Brian Eno, Berlino, il Muro: Always Crashing In The Same Car, brano guidato da una Rickenbacker dall’inequivocabile tocco Byrds, strano a dirsi. Per certo ha steso Morgan dei Bluvertigo (loro, che in Zero ne rendono degno omaggio), naturalmente presente in sala. Ecco i primi Seventies, che per la verità con Drive In Saturday profumano tanto di Fifties: è David Bowie, Zelig insuperabile, prendere o lasciare. Di colpo il funky, quello di Sly & The Family Stone: Stay è un vortice di musica nera, con le scure coriste che spadroneggiano e con il Duca che più bianco non si può. Contrasti. Dicevamo, prima, degli anni ‘60 e d’improvviso ecco Seven dall’ultimo album: tenue ballata acustica, splendida strizzatina d’occhi a dischi come Something Else By The Kinks, Between The Buttons Rubber Soul.

Il set volge al termine e l’inno è solo uno, Changes, che strappa al pubblico il massimo dell’eccitazione. O quasi, poiché il vero delirio scatta con Rebel Rebel David Bowie come Mick Jagger e la band calata nella parte Stones. Bene, ecco gli encores. Da non credere, Repetition: gli Stones sembrano ancora sul palco. Divino. David Bowie, il re del glam, ma dov’è stasera? Niente Ziggy Polveredistelle ma ecco, sempre da Hours…, The Pretty Things Are Going To Hell: il fantasma di Mick Ronson è possibile vederlo e toccarlo. Pace all’anima sua. CrackedActor, ancora musica nera, e via verso il gran finale con il monito I’m Afraid Of Americans, uno dei migliori David Bowie anni ‘90: lui lo sa, perciò vede di onorare al meglio un pezzo magnifico e inquietante (“/…./I’m afraid of americans/I’m afraid of the world/I’m afraid I can’t help it..!’).

Cico Casartelli

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