David Bowie – se funziona gettalo via! – Popster, novembre 1977

In occasione dell’arrivo in Italia una splendida intervista di Carlo Massarini e la cronaca della giornata a Roma di Peppe Videtti.

 

DAVID BOWIE – se funziona gettalo via! – Carlo Massarini e Peppe Videtti, Popster, novembre 1977 

Con i contorni ancora un po’ imprecisati fra eroe e anti-eroe, Bowie scende a Roma e parla del suo momento attuale: l’elettronica, l’abbandono del fascino delle maschere, la ricerca di un nuovo linguaggio, e sopratutto la voglia di cambiare continuamente

Cronaca romana di Peppe Videtti
David Bowie era sicuramente arrivato in Italia con il buon proposito di parlare della sua attuale posizione di musicista e dei capovolgimento che ha subito la sua ispirazione da due anni a questa parte. Mr. Bowie deve essere rimasto invece molto frustrato nelle sue aspettative, perché i giornalisti italiani non si sono mostrati particolarmente interessati ai suoi cambiamenti, ma si sono ostinati soprattutto a frugare nel passato, fra le dichiarazioni scandalistiche di quattro anni fa.
Alla conferenza stampa erano presenti in massima parte i giornalisti dei quotidiani e questo spiega il carattere piccante di molte domande, che sono andate inequivocabilmente a rivoltare l’argomento  trito e ritrito dell’omosessualità, del travestitismo, del presunto spirito neo-nazi del cantante. In pratica i quarantacinque minuti a disposizione sono stati soltanto una specie di farsa, perché i quotidiani hanno riportato il giorno successivo le solite dichiarazioni falsate dall’ insopportabile bisogno di mettere in luce i fatti eclatanti di un personaggio che invece… ha dichiarato di averne fin sopra i capelli di essere una rock’n’roll star.
Così il poveretto è stato subissato da domande quali: Perché ti vesti da donna? E’ vero che guadagni tanti soldi? – Cosa ne pensi di questo e di quest’altro?
Sinceramente ci aspettavamo di più anche dallo special che il musicista aveva registrato per Odeon alla nostra televisione, invece la sorpresa è stata amarissima anche in questo caso.
Anche li si è ricaduti nel paradossale, con un attore che doppiava Bowie: neanche fosse stato Kirk Douglas! Allora (W l’originalità!) gli hanno rimesso in bocca le dichiarazioni di un secolo fa e lo hanno fatto muovere in studio come un manichino. Temi principali: la sua bisessualità, la sua pazzia e i rapporti con la moglie, mentre sul video ruotavano i disegni delle copertine di tutti i suoi albums.
Signor Bowie è vero che lei è omosessuale?
No. Ha smesso di esserlo qualche anno fa. Mi viene voglia di farlo solo quando vado in Giappone.
Questo il tono degli argomenti trattati a Odeon, lo speciale TG2 “su tutto quanto fa spettacolo”. Evidentemente a loro serviva di più Bowie ai tempi di Ziggy; ma in mancanza d’altro si sono accontentati di manipolare quello di Heroes. Quella che riportiamo di seguito è un estratto della conferenza stampa tenutasi a Roma (alla presenza di dodici giornalisti). Le domande sono quindi state formulate a più voci e sono solo una superficiale anticipazione alla nostra intervista esclusiva.

D – Signor Bowie, lei in un’intervista a Playboy ha dichiarato: “Credo fermamente nel fascismo. Il solo modo che abbiamo per vivificare questa specie di liberalismo ristagnante è di accelerare l’avvento di una linea di destra che sia totalmente dittatoriale. La legge diventa molto più efficiente se sottoposta ad un regime.. Lei conferma di aver fatto questa dichiarazione?
R – No. Tutte le dichiarazioni da me fatte sono degli “avvertimenti teatrali”. lo sono completamente apartitico.
D – Il Rock Decadente di cui tu fai parte ha dei precisi riferimenti culturali alle esperienze americane di Andy Warhol e dei Velvet Underground. Ma quale riferimento culturale ha secondo te il Punk Rock, se ne ha?
R – Mi domandate molte opinioni, come se le mie opinioni fossero necessariamente valide. Tuttavia penso che questi ragazzi guardassero quelli come me che guadagnavano un sacco di soldi, pensando magari: “costui guadagna bene, anche se non suona poi così bene. Posso farlo anch’io! Posso prendere una chitarra e mettermi a suonare”. Questo può anche essere un modo di esprimere la propria incapacità di fare altre cose.
D – Tu hai sempre suonato ciò che hai amato, o puoi farlo solo ora che hai una maggiore disponibilità finanziaria?
R – Esatto! Giusto! Quando io ho incominciato, suonavo esattamente ciò che volevo. E stato così fino al momento in cui mi sono accorto di avere un pubblico. Così è stata una grossa tentazione cercare di conquistare questo pubblico. Invece negli ultimi due albums sono tornato a fare ciò che amo ed è per questo che questi due lavori sono così ben riusciti e gli altri al confronto sono una porcheria.
D – Anche se prima di te nel rock’n’roll esistevano esempi di musica legata alla gestualità, tu hai avuto successo soprattutto per l’uso delle tue maschere. Come spieghi ciò?
R – Solo Dio lo sa! Probabilmente io ho superato una fase eminentemente rock’n’roll, rifacendomi al teatro brechtiano e a quello kabuki, e combinando questi elementi con la musica sono arrivato ad un terzo tipo di espressione che andava al di là del semplice fatto musicale, ma anche al di là del semplice fatto teatrale.
D – Signor Bowie, lei canta abitualmente truccato e vestito da donna, trasformando la sua diversità in una componente estetica, ma la sua musica in definitiva cos’ha di diverso?
R – lo non mi sono mal truccato da donna sul palcoscenico!
D – Come ama truccarsi allora…
R – Ho fatto sei tournée e in ognuna ero un personaggio diverso. Ho interpretato Ziggy Stardust che è una combinazione tra un essere interstellare e un attore del teatro Kabuki. – (A questo punto un giornalista mostra a Bowie una fotocopia che lo riproduce truccato con un cerchio dorato sulla fronte). Oh no! Quello non è Ziggy. Quello è Alladin Sane. Poi ho interpretato Diamond Dogs che è una combinazione di un portoricano a New York con un essere furioso… e così via. La costruzione di questi personaggi è una combinazione meccanica e successiva. Ognuno tiene conto di quello prima e il successivo arricchisce e si aggiunge ai momenti precedenti.
D – Signor Bowie, dicono che tutti i suoi comportamenti musicali, personali e perfino quelli sessuali siano decisi dal suo ufficio stampa. E’ vero?
R – Ho letto molte cose che i giornalisti hanno travisato dai miei discorsi. Così mi ritrovavo la mattina a leggere sul giornali cose che non avevo mai detto e atteggiamenti che non mi appartenevano e mi dicevo: però, questo potrebbe essere interessante. Voglio provarlo. Così adottavo queste maschere per crearmi una personalità che, come direbbe Burroughs, si muoveva in molte dimensioni che risultavano dalla giustapposizíone di tanti elementi.
D – Tu ami definire “provocazione” i tuoi dischi, le tue esibizioni ed ogni tuo gesto. Che cosa invece può provocare te? Cosa riesce a darti delle emozioni?
R – Se le cose sono troppo facili o tranquille io mi sento in una situazione pericolosa. Questo mi stimola verso un tipo di creatività più concreta.
D – C’è ancora del cinema nel tuo futuro?
R – Sì. Il prossimo anno dovrei interpretare Egon Schiele.
D – Ne L’uomo che cadde sulla terra hai interpretato il ruolo di un extraterrestre che arriva tra noi e riesce a costruire un impero finanziario grazie alle sue superiori possibilità, ma poi finisce spremuto dai suoi agenti e annoiato da tutto. Questa storia riflette in qualche modo la tua vicenda di uomo segnato dall’industria dello spettacolo e dalla tua stessa commerciabilità?
R – Interpretando questo film ho avuto uno strano effetto. Si trattava di cose che io sapevo benissimo, però è stato come se qualcuno mi avesse costretto a rivivere questo senso di disagio.
D – Negli ultimi tempi hai vissuto prevalentemente a Berlino che sembra essere l’ultima città con uno Star-System particolarmente organizzato. Davvero hai trovato questa città così creativa, così magica, così piena di talenti?
R – Non c’è uno Star-System a Berlino. C’è soltanto un clima molto stimolante e creativo
D – Signor Bowie, quali sono state le premesse che l’ hanno portata a fare una musica così nuova e poco commerciale?
R – Rendetevi conto che da tempo io cercavo di comunicare con le vite sconosciute ed ero sicuro che erano là fuori. Adesso cerco di comunicare con me stesso.

Intervista di Carlo Massarini 
La notizia si era sparsa fra mille reticenze, vaghe ammissioni e incerte conferme. L’aveva portata per primo giù in Italia il colto Videtti, che a Parigi oltre alle isterie di lggy prestava attento ascolto a tutto quello che si accennava nell’entourage RCA. “Bowie verrà fra qualche giorno a Roma… ” Alla Casa discografica la circospezione era grande, Bowie si tratteneva tre giorni, ma erano tutti pieni di appuntamenti e non era possibile… Sapete, quando le star si calano nella realtà, l’apparatus che si mette in moto ha da invidiare ai capi di stato stranieri in visita, solo i carabinieri e le macchine con bandierine. Ma per il resto siamo lì. il management guidato da Barbara de Witt imponeva la sua famosa efficienza e rigidità: “David non farà altro che le riprese di Odeon e una conferenza stampa. Quest’ultima sarà limitata a dodici persone non una di più, e durerà 45 minuti” (e non si sgarrerà di una virgola: nella saletta ci saranno solo dodici sedie e i “privilegiati” verranno introdotti con identificazione personale). Per un incontro esclusivo c’era da rimettere in moto un macchinario internazionale Londra-New York-Roma, e questo veniva fatto con un certo pessimismo.
Il venerdì la risposta: David Bowie è lieto di dare un’intervista esclusiva. Alle 4.30 al suo albergo, lunedì pomeriggio.
Se lo scenario Bowie se lo fosse portato dietro, non sarebbe stato all’altezza di quello trovato nell’antica caput mundi. Roma è indicata dagli americani (forse con un po’ di troppa faccia tosta) come la capitale della decadenza europea. E anche se ormai non sono più troppo sicuro sugli abusati confini della parola, sicuramente è di quella “decadenza” che David Bowie sottintende quando confessa il suo amore verso la vecchia Europa. Depositaria dell’antica cultura, delle tradizioni, dei posti dove le arti per duemila anni hanno plasmato la civiltà dell’uomo. L’America della Civiltà elettronica, dello show-biz clamoroso e colossale, Bowie se l’è lasciata alle spalle già da tempo, insieme alle maschere e al soul. L’influenza dell’era futurista dei sintetizzatori ha conquistato la fantasia dell’ eroe, ed ha invertito proporzionalmente il suo rapporto musica-estetica: al contrario dei rock-spettacolo, travestito, quando la musica si fa complessa, l’abito estetico torna lineare, il trucco svanisce insieme alla tintura per capelli, l’ispirazione torna ad essere quella delle città europee, palazzi antichi e alti, dove il cemento e il marmo e i mattoni non sono ancora sostituiti totalmente dall’acciaio, alluminio e vetro. L’uomo è percettivo: cerca di sapere quello che gli è intorno, anche se non gli è familiare, e mostra interesse riflessivo per quello che gli viene risposto, quando s’informa. Si rivela di cultura artistica molto personale ma altrettanto vasta,e si conferma come quella che una carriera così condotta. come la sua richiede: una mente fredda ma disposta a rendersi accessibile per un attimo, che sembra osservare gli altri tanto quanto gli altri studiano lui. In entrambi i casi è tanto: l’uomo-artista è di una professionalità impeccabile, e sa quanto di se stesso può e deve concedere ai media. E se sorprende la sua disponibilità totale (vedi come lo hanno addobbato a Odeon, o la calma glaciale alle domande più stupide o aggressive rivoltegli da alcuni giornalisti e radiofonici), a poco a poco si scopre che Mr. Jones è uno dei più brillanti publicrelation men di se stesso che viva nel mondo dello spettacolo. A parte la sua cortesia e il suo sapersi adattare a ogni interlocutore, Bowie ha capito il meccanismo alla base: l’importante è far parlare di sé senza essere definitivi. La teatralità delle dichiarazioni del passato è in coerenza con il suo personaggio e la sua continua mutazione.
Il rock’n’roll come tale è fine a se stesso, e la sola musica non può bastare a chi vuol essere “artista”. Così si capiscono le sue aperture, ultima delle quali è il cinema, e la camaleonticità della sua facciata musical a supporto formale di una operazione generalmente mentale, e che in questo momento lui definisce “la sperimentazione per un nuovo linguaggio”.
Bowie nell’ultimo anno ha viaggiato da una capitale europea all’altra: Londra, Mosca, Berlino, Parigi, Amsterdam, Roma. E’ qui per parlare del suo nuovo “Heroes” ma nei tre giorni ci sarà tempo per altre cose, fra cui una visita segreta ad Antonioni.
E, come dicevo, lo scenario che il lunedì Roma gli crea è perfetto: cielo plumbeo e una fitta e leggera pioggia che inumidisce la città; Via Nazionale carica di traffico e di vecchi palazzi, il prestigioso albergo austero e di vecchio stampo, con i saloni d’ingresso sconfinati e alti quanto tre piani normali. Bowie fa notizia, e aspettano un breve colloquio giornalisti fra i più disparati, da quello dei programma di fantascienza a quello che Bowie non sa bene chi è, a parte che deve essere quello che si traveste come Renato Zero, e febbrilmente chiede informazioni.
L’attesa è discretamente lunga, e quando finalmente è giunta l’ora è Barbara che scende a mostrarmi la strada. Al terzo piano, i corridoi percorsi dalla guida in velluto rosso sono altissimi e bui, le pareti color crema scuro si aprono su molte anonime porte. Un bussare chiaramente studiato mi introduce all’interno di una stanza in stile anteguerra, divani e poltrone ricamate, un tappeto per terra e una ampia lampada con base di legno.
David Bowie si introduce senza sussiego, e visto finalmente di persona è diverso dalle foto-copertina. Magrissimo e non molto alto, zoccoli olandesi e jeans a tubo rimboccati, camicetta di raso grigio, un filo di fondo tinta, capelli corti che aumentano l’aria da ragazzo. E’ cordiale e premuroso, spessissimo sentirò la sua risata tipicamente nervosa e prorompente, ogni volta che si instaurerà un attimo di reciproca comprensione su una persona o un discorso. Allontana l’interprete, anche Barbara va nella stanza attigua (presumibilmente a far scattare il cronometro), David cambia posizione sul divano tre volte in dieci secondi, e mi dice che, se ho molte domande, è meglio cominciare subito da quelle che per me sono più importanti.

Carlo Massarini: Come ha preso forma il cambiamento di atmosfere dei tuoi ultimi album?
David Bowie: Posso spiegarlo facilmente: per i primi album il mio interesse era rivolto a scrivere dei luoghi comuni della fantascienza, come razzi, marziani, pianeti. Le cose fisiche di proprietà di questo genere letterario. Poi, nel periodo fra Diamond Dogs e Young Americans, mi sono interessato più degli effetti del progresso sulla nostra società: la tecnologia, lo sbriciolamento… sul palco avevo il crollo fisico della città, delle nostre individualità così confuse dalle macchine. Negli ultimi due mi sono interessato al possibile sviluppo di una nuova lingua per il rock, che catturi il pensiero del cittadino urbano, frammentario se comparato con il pensiero lineare in nostro possesso fino a soli cento anni fa. L’uomo prima pensava in frasi, ma ora il linguaggio è concepito per immagini composite, come ad esempio puoi trovare in William Burroughs. L’uomo pensa ancora, naturalmente, ma in maniera diversa, e ci deve essere un linguaggio nel quale identificarsi, anche se inconsciamente. Questo è quello che sto sperimentando: il linguaggio della fantascienza.
C.M. – E ovviamente la musica elettronica ha una parte, in tutto ciò…
D.B. – Una parte grandissima, sì. Sono stato attento a come avvicinarmi all’elettronica, perché spesso è usata più che altro per ampliare i limiti della musica tradizionale. Il synt, ad esempio, è sfruttato più per la riproduzione degli archi che per quello che è, ovvero una riproduzione di tessiture sonore inascoltate prima d’ora: questo è un nuovo linguaggio. Eno, naturalmente, oltre ad essere un grande amico, è uno dei pochi sintetizzatoristi che comprende la natura dei linguaggio contemporaneo.
C.M. – Eno non è un tecnico del suo strumento, ma lavora con la fantasia…
D.B. – Vedi, noi siamo molto vicini perché nessuno dei due si considera un musicista. Ma ci consideriamo artisti. Eravamo entrambi pittori, e abbiamo deciso che la pittura non era un media moderno; era arcaico, ci doveva essere qualcos’altro. Proviamo con il rock’n’roll, facciamolo funzionare, diamogli una nuova dimensione!
C.M. – E’ stato lui a introdurti alla musica elettronica, o gente come i Tangerine Dream?
D.B. – Ho sempre ascoltato Brian sin dai tempi dei Roxy Music, perché sono sempre stato colpito dalle sue performance strane ed eccentriche sia con quel gruppo che successivamente da solo. Non sono mai stato un fan dei Tangerine Dream, ma mi piace molto il lavoro di Edgar Froese in particolare; è un altro buon amico, che purtroppo oggi vive lontano, negli States… io penso che fra l’uomo e la macchina si dovrebbe sviluppare una relazione d’affetto: fino all’avvento delle macchine l’uomo aveva un rapporto con il suo strumento, lo capiva, se la chitarra o anche l’arco si rompeva li riparava. Ora, distaccati come siamo dalle macchine, se si rompe il computer, sei fatto.
C.M. – La collaborazione si è estesa ad un altro “spirito romantico”, Bob Fripp…
D.B. – Ooh, il romantico per eccellenza! Bob, a differenza di Brian e me, è (tecnicamente) un virtuoso. Ma gli piace, quello che facciamo. La sua attitudine è quello del vecchio professore che si siede in fondo allo studio sorridendo; è molto vivo, e credo che ci sia stato un continuo scambio di cose da dirsi, in maniera molto libera. Ma se ci avvieremo verso un incesto, ci separeremo senza indugi. (Faccio appena in tempo a citare No Pussyfooting, e Bowie riparte di slancio). E’ uno dei miei album preferiti, un grande lavoro, assolutamente eccellente. L’importante è collaborare con gente con cui non ci sia meccanicità né interferenze troppo personali. Sto per produrre una band americana; i Devo: sono eccezionali, immaginati un potenziale di cinque Eno messi insieme!
C.M. – Quando è uscito Hunky Dory, sono stato tra quelli che hanno visto in te uno degli artisti più importanti degli anni ’70, prima ancora di Ziggy. Per qualche tempo devo dire che ho pensato ti fossi perso, come figura influente, suonavi una musica commerciale, a volte addirittura sciocca. Ora sembra che i fili siano stati ripresi…
D.B. – Sono pienamente d’accordo. In mia difesa, Vostro Onore, devo dire che non sono mai riuscito a fare una cosa che presumevo potesse avere successo dal punto di vista commerciale, sono sempre stato felice ma sorpreso quando funzionava… Questo perché la mia insistenza a mantenermi al passo coi tempi mi spinge ad entrare in aree diverse prima ancora che io abbia finito con la precedente. Ma seguire questa curva è molto importante: -Se funziona, gettala via!.. E’ un approccio di tipo cibernetico: anche se il tuo cuore rimane legato emotivamente, devi continuare a cambiare. A meno che tu non voglia rilassarti e ascoltarti, allora puoi rimanere con la musica che hai scelto! ma io non sono addentro la musica per la musica .. io voglio usarla. Alcuni dei miei album sono stati di successo, altri in parte, alcuni per niente. Ma sono tutti lì, e in retrospettiva hanno tutti un significato. C’è una logica, sì, senz’altro, e posso dire di aver seguito una linea. E’ come la pittura: a un artista non piaceranno mai più di tre o quattro tele, ma le tue opere stanno li, non puoi rinnegarle.
C.M. – “Young Americans” non è un album di rhythm’n’blues molto buono; eppure alcuni dei tuoi testi sono fra i più sinceri che tu abbia scritto. Sembra che siano però passati inosservati per la superficialità dell’insieme… 
D.B. – Sì, la gente… una cosa che forse ti darà fastidio è che non una sola lirica è uscita dalla mia testa: sono costruite in una maniera molto particolare. lo volevo fare magari due o tre affermazioni, e le stendevo giù, poi tutto veniva tagliato e ricomposto. Non sapevo come presentarle alla gente, allora ho pensato di accostarle a un neo-soul, e vedere se la gente continuava a considerarle canzoni. Quando ho visto che venivano accettate come canzoni soul, ho capito che la gente si identifica con immagini sparse, senza nemmeno accorgersene.
C.M. – Sei sempre così analitico su quello che fai?
D.B. – Oh yeah – ride di cuore – … non ci posso fare nulla, deve essere la mia natura di Capricorno!
C.M. – Cosa ti ha spinto per tutta la vita, ambizione?
D.B. – Ambizione mai, era bruciante solo all’inizio, quando ancora dovevo farmi ascoltare. Pensavo di avere qualcosa di importante da dire. Quando ho acquisito questa posizione ho cominciato a usare la mia musica per terapia, per capirmi. Sono privo di ambizione adesso; ho fatto tutto quello che volevo a livello di ambizione, ora ci sono molte cose che voglio portare a termine, sul piano artistico.
C.M. – Quanto è influenzata la tua evoluzione dall’insuccesso commerciale o di critica?
D.B. – Sono testardo al punto che “Low” è stato il meno venduto di tutti, negli U.S.A., e mi ha spinto a fare questo! E la prima volta che non mi sono velocemente spostato verso un altro genere di musica, perché non è riuscita a comunicare come volevo, e, ho pensato che non mi sposterò, la farò comunicare. Appena funzionerà… -ride – … capisci?
C.M. – C’era differenza, nel fare i tuoi primi album? 
D.B. – No, anche allora lottavo per riuscire a comunicare.
C.M. – Eri ricco?
D.B. – Oh, no! Era una tipica esistenza da studente d’arte. Allora scrivevo le mie canzoni per catturare l’immaginazione di chi mi ascoltava; ora ho invertito il rapporto, scrivo per me stesso, e se una cosa mi piace, penso che da qualche parte ci sarà qualcun’altro a cui piacerà. Forse una volta non ero pienamente d’accordo con tutto quello che scrivevo, ma sapevo che avrebbe avuto effetto: questo è cambiato con la mia evoluzione come autore. Ora il ciclo è completo.
C.M. Immagino tu sia un po’ più benestante, adesso… 
D.B. In linea di massima, sì… –ci pensa un attimo – oh certo, non devo più preoccuparmi, e questo è bello. E’ un buon lubrificante per il macchinario – ride – per fare tour impossibili per i meno ricchi, per trovare i migliori musicisti e tecnici, per fare Ipso più indulgenti, anche se ora tendiamo a farli più velocemente e spontaneamente possibile. La mia maniera di trattare coi denaro è di investire tutti i guadagni in un anno nei progetti del successivo.
C.M. Sei passato attraverso molti cambiamenti, come sentivo dal nastro della conferenza… anzi, come mai ti vesti sempre da donna?
D.B. Risata collettiva … ho sentito molte risposte interessanti che apparentemente avrei dato, anche se non le ho mai dette. Hai letto i quotidiani di oggi? (si riferisce al Corriere della Sera). Ti ricordi che io abbia detto che a Berlino ci fosse solo un’altra star morta in circostanze misteriose 32 anni fa?
C.M. No. Ma dato che ci siamo – ha! – mi racconti questa storia dell’intervista a Playboy?
D.B. lo sono totalmente apolitico: per me quella era un’osservazione teatrale sullo stato del mio paese. Era una predizione Orwelliana: avevo notato che nessuno l’aveva citato, e pensavo fosse il tempo di farlo…
C.M. Molto pericolosa, come osservazione… 
D.B. Sì, ma non era un’affermazione (statement). Era un’osservazione che da allora lo è diventata, che è un altro esempio di come è lo stesso! – e ride.
C.M. Come ti è venuta in mente?
D.B. Avendo visitato la Gran Bretagna dopo quattro anni di assenza, ho trovato estremamente triste poter fare un parallelo fra la situazione inglese di adesso e quella tedesca di prima della guerra. stessi problemi economici, stesse preoccupazioni e conflitti razziali. Mi ha impaurito, perché ho visualizzato cosa poteva succedere. Nel tempo di pochi mesi, è uscito fuori il partito nazifascista, e ho pensato che avevo ragione, se la gente non se ne rendeva conto.
C.M. Ma te lo auguri? 
D.B. Oh my God! Sei pazzo? No.
C.M. Nel primo album c’era una canzone vagamente politica, Cygnet Committee: ha niente a che fare con il Bowie di adesso?
D.B. A riguardarla era molto profetica: la “Love Squad” si è trasformata in un movimento di destra. Veramente inquietante. Che è poi quello che la canzone ipotizzava. 

C.M. Un’altra figura del passato è l’Homo Superior… 
D.B. Per me era l’anticipazione della completezza della relazione di pensiero fra gli uomini, visto nella prospettiva di adesso.
C.M. Questo te lo auguravi?
D.B. No, era un’idea molto grafica. Ma penso ancora adesso che questa è la direzione, e che sia molto pericoloso farsi intimidire dalle macchine: nessuno le porterà via, per cui dobbiamo imparare ad avere una relazione con loro. E’ idiota e naif pensare di tornare a coltivare i campi e vivere in fattorie, al giorno d’oggi. Una buona maggioranza diventerà loro schiavo se non capiranno le facilitazioni che ci offrono, e se non saremo ben disposti noi nei loro confronti.
C.M. I tuoi cambiamenti di personaggi sono stati pericolosi?
D.B. Pericolosi? per cosa?
C.M. Per la tua mente.
D.B. Sì. All’inizio pensavo di restringere le maschere al palcoscenico, ma c’è stato un periodo, in America, in cui le maschere facevano irruzione in me stesso. Diventarono parte della mia persona, e quello è stato un periodo dal quale sono dovuto uscire molto in fretta, prima di diventare totalmente nevrotico. Il ritorno all’Europa mi ha aiutato a liberarmi di questi scheletri nel mio guardaroba.
C.M. – Credi che fossero americane, come concezione? 
D.B. No, ma capire da dove venivo mi ha aiutato a riscoprire me stesso. Erano un prodotto della mia visuale su come l’America riesca o meno a procedere a fianco dell’età tecnologica, così alcune di esse riflettevano caratteri americani. Tutti gli scrittori sembrano affascinati dall’America, perché sembra essere il compendio di quello che succederà. Anche se adesso questo ruolo mi sembra essere più dell’Europa, e l’America sta diventando alquanto arcaica…
C.M. – Stai parlando della società o degli individui?
D.B. – Sono strettamente legati… ma odio essere specifico, perché preferisco una descrizione impressionistica piuttosto che frasi scolpite: uno dei nostri problemi è che tendiamo a dare una definizione precisa prima ancora di aver compreso tutto quello di cui stiamo trattando.
C.M. – E’ possibile averne dieci, di minuti? 
D.B. – Uhmmm, credo di sì. Non ti preoccupare, vai avanti.
C.M. – Senza dubbio Heroes. è un album molto suggestivo, ma ascoltandolo ho avuto la sensazione che vi siano molti frammenti che non definiscono di preciso il tuo gusto personale: alcune cose sono i tipici tuoi ruoli, altre sono palesemente influenzate da Eno…
D.B. – Sì, io… (Bowie non dice mai no a una critica) … cambierei influenze “con collaborazione”. Certo, c’è molta della visualizzazione di Eno, in particolare su “Low”, ma sia le immagini che le idee sono principalmente mie. Conoscevo le aree di cui volevo scrivere, e Eno si è coinvolto per dar loro un’ espressione. E’ il discorso inverso fatto a proposito dell’album di lggy, che alcuni hanno ingiustamente definito un album di David Bowie con l’aiuto di Iggy – tutto il seme embrionale era suo, io l’ho solo aiutato. E comunque, non credo ci sia nulla di male, a me piacciono le collaborazioni, di questi tempi. Agli inizi ero molto orientato verso il rimanere isolato artisticamente, mentre adesso, invecchiando, mi piace lavorare con altra gente, esplorare reciprocamente i campi d’interesse, creare dell’attrito… Per l’altra parte della tua domanda, credo di dare un valore nuovo alla musica elettronica intorno alla quale sto lavorando, è un processo di sperimentazione.
C.M. – Questo anticipa la mia domanda se ti consideri un artista evolvente…. 
D.B – Credo che sia un momento molto stimolante, per me. Spero che sia lo stesso per Eno e Fripp, ma credo siano d’accordo nel dire che stiamo creando qualcosa di eccitante: non so che aspetto avrà il “mostro” – ride – né quante teste avrà; ma è eccitante, e quando smetterà di esserlo, ci sposteremo di nuovo. Ho la più alta stima per chi, senza curarsi se una cosa abbia successo o meno, ha il coraggio di non riposarsi sugli allori, ma vuole essere continuamente un artista contemporaneo, e quando dico contemporaneo intendo contemporaneo, non intendo dello scorso anno. Il passo dei cambiamenti è così veloce, ora, che lo stile di vita di una persona può cambiare completamente in nove mesi – perché la musica dovrebbe parlare di una realtà di un anno prima?
C.M. – E’ la prima volta che ti sei posto nel ruolo di un artista sperimentale e non… 
D.B. – Di un personaggio!
C.M. – …uhm, sai, anche se questa è un’altra domanda… –
David si alza di scatto e sparisce alla ricerca delle sue predilette Gitanes, una frazione di secondo dopo è già tornato –
D.B. – Come ti dicevo sono interessato a trovare un nuovo linguaggio, dopodiché ricomincerò a parlare di certe situazioni. Ma non prima di aver trovato la formula con cui narrarle. Così ora devo essere David Jones per valutare quale linguaggio usare in futuro. Il rock’n’roll era eccitante allora, perché l’informazione era nuova, ma dopo vent’anni è diventato arcaico. E come un libro che leggi, e dici “wow, che gran finale!”: quando lo leggi una seconda volta pensi ” è sempre la stessa fine, come mai questa volta non ha avuto nessun impatto su di me?” Perché allora non andarsi a comprare un altro libro ?!
C.M. – La tua risposta mi apre una nuova prospettiva, ma la domanda originale era che per la prima volta non ti poni da maestro ma da sperimentatone dilettante di fronte a quelli che in un campo specifico sono dei pionieri.
D.B. – Sì, credo sia per gli stessi motivi che dicevo adesso: credo sia inutile sviluppare un linguaggio se non hai altre persone a cui parlare.
C.M. – Dal mio punto di vista la musica tedesca, dopo un periodo di ricerca intensa, sta spostandosi verso schemi faciloni. Concordi? 
D. B. – Sì, ma vorrei sapere chi abbia sparso la voce che io sia un grosso fan della musica tedesca: in realtà mi piace solo E. Froese, a parte i Kraftwerk di cui apprezzo l’humour. Ma li preferivo prima della scissione che ha originato i Neu.
C.M. – Negli ultimi tempi non sei comparso molto spesso in pubblico in prima persona…
D.B. – Sono sempre più disincantato dalle esibizioni in pubblico e, devo ammettere, più vado avanti e più sento la necessità di pormi dietro le quinte, di guardare cosa succede piuttosto che farlo in prima persona…
C.M. – Immagino tu sia più vicino alla posizione di un regista…
D.B. – Yeah – ride confermando con il capo – immagino che voglia dire proprio questo. Beh, la vecchiaia … ! Certo, amerei avere la possibilità di fare una regia cinematografica o teatrale, non ne ho ancora le capacità tecniche, ma forse questo lo renderebbe ancora più interessante. Mi piace l’idea di mettere la gente sbagliata nei mestieri sbagliati, credo che abbia molto senso, nella nostra era.
C.M. – Quando hai fatto il film L’uomo che cadde sulla terra, hai scelto un copione che era una nuova prospettiva su un vecchio tema, la figura interstellare… 
D.B. – Sì, questo è il motivo per cui l’ho scelto. Quando mi hanno offerto “Stranger in a Strange Land” (titolo originale dei libro) mi ha interessato perché cercavo una forma di fantascienza interiore piuttosto che spaziale, perché questo è quello a cui io mi riferisco, da sempre. Per questo ho legato molto in fretta con il regista Nicholas Roeg. Non ero d’accordo con tutto quello che diceva lui, e lui con quello che dicevo io. Ma abbiamo avuto un buon rapporto.
C.M. – Come è stata l’esperienza come attore? 
D.B. – Soffocante. Volevo continuamente alzarmi e dirigere io stesso, non ero mai stato nella situazione di dover star seduto e zitto, molto disciplinatamente… Mi sarebbe piaciuto farlo io, quel film! Ma ho imparato molto a vedere Nick lavorare.
C.M. – So che non è destinato a rimanere un lavoro isolato…
D.B. – Sì, il mio nuovo eccitante progetto è un film molto tranquillo sul pittore espressionista Egon Schiele. Mi hanno offerto la parte qualche tempo fa, e cominceremo a girare a Vienna l’anno prossimo. Sarà interessante.
C.M. – Qual è il tuo punto di vista sullo show-biz americano? 
D.B. – Assolutamente folle, e non riuscirei mai a vivere in quell’ambiente. Credo che quelli che si trasferiscono a Los Angeles siano totalmente fuori della loro testa, pazzi, devono essere dei masochisti! E stata la mia esperienza spirituale più traumatizzante, i nove mesi che ho trascorso là. La ricerca degli spazi aperti mi sembra un lusso decadente che uno presume di essere in diritto di concedersi appena ha fatto i soldi, ma per me è come tagliarsi via dalla realtà quasi totalmente. Credo che si riveli nel loro lavoro.
Barbara entra molto decisa nella stanza ormai per la seconda volta, David la prega di dargli un po’ di tempo. Gli occhi di Barbara esprimono stupore. L’intervistatore esprime il suo sentito ringraziamento. La conversazione continua… 
D.B. – Queste domande sono molto significative per me… so che in me c’è molto movimento, molta frammentazione, molti vuoti di comprensione verso quello che è intorno, e queste cose mi spingono a usare la musica come maniera di analizzare le mie sensazioni..
C.M. – Il punk rock è cominciato come reazione a divi spettacolari e coreografici come Bowie stesso, ma ora anche loro si stanno creando i loro idoli… 
D.B. – Sono un po’ incerto su tutta questa faccenda, ci vedo molto punk e poco rock! Credo che sia come l’avantgarde degli anni ’60: pochi la vivevano ma molti la teorizzavano. Penso nasca da una necessità positiva di cambiare per cui creiamo prima il fenomeno e lo riempiamo poi con artisti e gruppi. Hanno creato una categoria prima di trovare la gente da metterci dentro. E’ difficile parlare di punk rock perché non si sa esattamente di cosa si stia parlando: se di una moda, o di un comportamento strettamente londinese e comunque molto limitato, o se si parla di una nuova ondata. Prima di pronunciarmi voglio che mi faccia effetto, che mi insulti o mi scuota. Tentano disperatamente di dire qualcosa, ma non sono sicuri esattamente cosa; così c’è una canzone buona in un disco, magari, il resto sono tentativi, sperimentazione, voglia di essere riconosciuti. Barbara entra per la terza volta, come l’ultimo gong. David la invita a sedersi, io prometto di fare in fretta, ma si fa per dire.
C.M. – Ziggy era una figura mitica, e recentemente ti sei allontanato da loro… 
D.B. – Sì, certo. Ziggy è stato un mito, ma mi ha fatto capire quanto i miti siano facili da creare, e quanto possano condizionare il lavoro creativo di un individuo. Mr. Stardust. è stato un piacevolissimo compagno di lavoro, ma non ho voluto che interrompesse il mio processo evolutivo.
C.M. – Quale è l’importanza dei miti nello show-business?
D.B. – Chiedilo a qualcuno nello show-business!
C.M. – Ti senti realizzato come uomo-artista nella tua nuova dimensione?
D.B. – Come artista sono completamente e sempre frustrato, ma come uomo ho passato la trentina e non sono mai stato così felice. Mi piace il mio attuale ambiente, che è viaggiare: non ho casa né proprietà, e non ho intenzione di stabilirmi da nessuna parte. Quando lo farò, dovrò seriamente pensare se continuare o meno a considerarmi un artista. La mia prossima destinazione è il Giappone.

L’atmosfera ora a parte un sottile senso di professionalità, è piuttosto distesa, e allungo la serie delle domande…
C.M. – So di rovinare tutto proprio alla fine, però già mi sento sufficientemente originale per non aver tirato fuori questa domanda fino ad ora… Lou Reed, e lggy!
D.B. – Grandi risate dei presenti… in pratica noi tre… – Lou è stato la mia guida a New York: dopo essermi fatto la mia idea, avere lui a mostrarmi la “sua” New York mi ha aperto una prospettiva nuova, che ha mutato molti dei miei miti americani. Iggy: ascoltarlo è stato come sentire la forma delle cose da venire (shape of things to come), nessun dubbio. E’ il mio migliore amico, con Eno.

L’ultima domanda mi viene in mente quando già alla porta bussa il prossimo, peraltro in clamoroso ritardo nella sequenza degli appuntamenti, e che Bowie si appresta a ricevere con imperturbabile disponibilità nonostante sia palese che Bowie lui forse l’ha sentito si e no nominare.
C.M. – Tu ti sei sempre circondato di colore, ma le tue copertine più recenti hanno spesso le tinte dei bianco e nero… 
D.B. – Ho voluto impedire alla confezione di bloccare la strada a quello che volevo dire; di nuovo, tentare di smitizzare quello che stavo facendo: tutto quest’ultimo periodo è stato una rivalutazione di quello che avevo fatto e del linguaggio che avevo usato in precedenza. Anche da vivo sono tornato alla luce bianca, ho eliminato tutte quelle inutilità arcaiche che erano vitali allora, e sono inutili adesso. Averle sul palco sarebbe portare con me il passato.

Condividi Bowie
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
Iscriviti
Notificami
guest

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments