Oh You Pretty Things, Melody Maker, 22 gennaio 1972

David Bowie Gay Melody MakerAnche se non indossava vesti di seta appena uscite da Liberty’s e i suoi lunghi capelli biondi non gli ondeggiavano più sulle spalle, David Bowie appariva pieno di fascino. Si muoveva elegantemente in una specie di tuta da combattimento, molto stretta sulle gambe, con la camicia sbottonata a rivelare la piena estensione del torso nudo. 1 pantaloni arrotolati alle caviglie permettevano di intravedere meglio un enorme paio di stivali di plastica rossi con almeno tre pollici di suola di gomma; e i capelli erano sistemati in modo cosi impeccabile che veniva da trattenere il respiro nell’eventualità che una leggera brezza dalla finestra aperta osasse scompigliarli. Mi sarebbe piaciuto che foste lì a vederlo: era sì incredibile.
Davíd usa parole come “verda” e “super” molto spesso. Dice di essere gay. Mmmmm. Qualche mese fa, quando ha suonato al Country Club di Hampstead, un piccolo e viscido club nella zona nord di Londra che ne ha viste di tutti i colori, almeno una metà dei gay della città andò a vederlo col enorme cappello floscio e viola, che faceva roteare alla fine di ogni numero.
Col permesso di Stuart Lyon, il manager del club, un giovane militante gay restò seduto vicino al palcoscenico per tutta la sera, completamente in estasi. Ma guarda caso, David non ha molto tempo per il Gay Liberation. Non vuole essere alla guida di nessun movimento particolare. Sdegna ogni qualificazione tribale. Il Flower Power lo ha divertito ma è uno strenuo difensore dell’individualismo. Il paradosso è che dice di avere ancora un “buon rapporto” con sua moglie. E col suo bambino, Zowie. Pensa di essere un cosiddetto bisessuale.
David ha molte definizioni. Negli Stati Uniti è considerato al tempo stesso il Bob Dylan inglese e un oltraggio dell’avanguardia. Il New York Times parla della sua “visione coerente e brillante”. Lo amano molti lì. A casa, nel rigido Regno Unito, dove la gente si sente oltraggiata perfino da Alice Cooper, non conta molti seguaci. Il suo ultimo album, THE MAN WHO SOLD THE WORLD, ha venduto 50.000 copie negli Stati Uniti, qui circa 5.000, ed è stato Bowie a comprarle.
Certo, prima che questo anno finisca chi di voi avrà sputato su Alice si troverà a concentrare la sua passione su Bowíe, e chi segue la corrente fremerà davanti a una voce che si trasforma con scintillanti metamorfosi da una canzone all’altra, a una capacità compositiva che conquista, e a un senso delle teatralità che farà mordere dall’invidia la matita per occhi al più abile attore. Tutto questo, e un gruppo sorprendentemente affiatato, guidato dalla figura carismatica del chitarrista Mick Ronson, che riesce a farti girare la testa con la sua intensità e a placarti il cuore con la sua delicatezza. Oh, essere ancora giovani!
L’argomento è il nuovo album di Bowie, HUNKY DORY, che mescola brani melodici irresistibili con testi che agiscono su più livelli – come semplice narrazione, o come filosofia e allegoria, a seconda del tuo desiderio di scandagliare le profondità degli abissi. Egli è molto abile nel fondere soffuse melodie pop, semplici ma efficaci, con parole e arrangiamenti pieni di mistero e oscure allusioni.
Così Oh You Pretty Thing, il successo di Peter Noone, può esser letto a un certo livello, in particolare nel coro, come espressione dei sentimenti di chi sta per diventare padre; a un livello più profondo, invece, è legato alle opinioni di Bowíe su una razza superumana – homo superior – alla quale fa riferimento in modo indiretto: “Penso a un mondo che verrà / dove i libri saranno scoperti dagli Esseri Dorati / scritti nella paura, scritti nel timore / da un uomo sconcertato che si chiede perché siamo qui Oh, oggi arrivano gli Stranieri, e sembra che siano qui per restarci”. Mi diverte molto l’idea di Peter Noone che canta un pezzo così profondo. E’ veramente un oltraggio, come dice David stesso.

David Bowie parla con Michael Watts
Ma allora Bowie ha un istinto per l’incongruità. Nell’album THE MAN c’è un pezzo alla fine di Black Country Rock in cui fa una superba parodia delle modulazioni vibrate tipiche del suo amico Marc Bolan. In HUNKY DORY dedica ai Velvets un pezzo intitolato Queen Bitch, in cui prende di mira gli arrangiamenti e il modo di cantare di Lou Reed, proprio come in una parodia, con una storia sull’amico del cantante che è sedotto da un’altra checca, in perfetto stile Velvet Underground.
C’è di più: molte volte nei suoi album ricorre un accento cockney molto spiccato, come in Savior Machine (THE MAN) e nell’ultimo album in The Bewley Brothers. Dice di averlo preso da Tony Newley, perché Stop The World e Gurney Slade lo facevano impazzire: “Era molto efficace col suo spiccato accento cockney. Ho deciso che l’avrei usato di nuovo per riportare il gioco in casa”.
Il fatto che Bowie ha un orecchio acuto per la parodia senza dubbio deriva da un innato senso del teatro. Dice di essere più un attore o un comico che non un musicista; dice anche che in effetti può essere soltanto un attore e niente più: “All’interno di questa struttura indomabile ci potrebbe essere un uomo invisibile”. Mi stai prendendo in giro? “Per niente. Non sono particolarmente attratto dalla vita. Mi sentirei probabilmente molto bene come semplice spirito astrale”.
Bowie sta parlando in un ufficio della Gem Music, sede della sua amministrazione. Da un registratore si sente il suo prossimo album THE RISE AND FALL OF ZIGGY STARDUST AND THE SPIDERS FROM MARS, che parla di un fittizio gruppo pop. La musica raggiunge un sound molto duro e puntuale, come in The Man Who Sold The World. Uscirà tra breve anche se HUNKY DORY è stato appena pubblicato.
Tutti sanno che David diventerà una superstar mondiale quest’anno, David più degli altri. Le sue canzoni sono sempre dieci anni in anticipo sul proprio tempo, dice lui, ma quest’anno ha anticipato le tendenze “Diventerò famosissimo ed è un po’ spaventoso, in un certo senso,” dice, fendendo l’aria a ritmo di musica con i suoi grandi stivali rossi. “Perché so che quando raggiungerò l’apice e arriverà il momento della discesa, sarà un grande tonfo”.
L’uomo che ha smerciato questa predizione al mondo, è già stato vincente come è ovvio. Ricordate Space Oddity, che raccontava il dilemma del Maggiore Tom, oltre ad aumentare le vendite di giradischi? Era uno dei primi dieci in classifica nel 1968, ma da allora Bowie ha avuto difficoltà a suonare in pubblico. E’ apparso per un periodo in uno studio artistico che aveva creato insieme ad altri a Beckenham, nel Kent, dove vive, ma quando si rese conto che la gente andava lì ogni venerdì sera solo per veder suonare Bowie, il cantante di successo, piuttosto che per una qualsiasi idea di arte sperimentale, ne rimase molto deluso. Quel progetto affondò, e in quel particolare periodo lui non se la sentiva di affrontare ogni sera il pubblico in giro per il paese.
E così negli ultimi tre anni si è dedicato alla produzione di tre album, DAVID BOWIE(che comprende Space Oddity) e THE MAN per la Philips, HUNKY DORY per la RCA. Il suo primo album, LOVE YOU TILL TUESDAY è uscito con la nuova etichetta, Deram, ma non ha avuto successo di vendite e la Decca ha perso ogni interesse per lui.
Ma tutto cominciò quando aveva 15 anni e suo fratello gli diede un libro perché imparasse a suonare uno strumento e lui si dedicò al sassofono perché era quello lo strumento principale presentato nel libro (Gerry Mulligan, vero?). Così, nel 1963 suonava il sax tenore in un gruppo di rhythm and blues di Londra, prima di passare a fondare un gruppo professionale di blues progressive, che si chiamava David Jones e The Lower Third (più tardi avrebbe cambiato nome, quando nel ’66 Davy Jones dei Monkees sarebbe diventato famoso). Lasciò questo gruppo nel 1967 e iniziò a suonare da solo nei folk club.
Fin da quando aveva 14 anni, comunque, Tibet e buddismo facevano parte dei suoi interessi, e dopo l’insuccesso del suo primo LP abbandonò completamente la musica e dedicò tutto il suo tempo alla Tibet Society, il cui scopo era quello di aiutare i lama scacciati da quel paese durante la guerra fra Tibet e Cina. In quel periodo sistemò benissimo il monastero scozzese di Dumfries. Racconta che gli sarebbe piaciuto essere stato monaco tibetano e lo avrebbe fatto se non avesse incontrato Lindsay Kemp, che dirigeva una compagnia di mimo a Londra: “Era magico quanto il buddismo, e io cedetti e divenni un animale di città. Penso che fu allora che il mio interesse per l’immagine si sviluppò realmente”.

L’immagine attuale di Davíd appare quella di una checca chic, un ragazzo festosamente effeminato. E’ affettato, ha la mano floscia e un vocabolario cantilenante “Sono gay,” dice, “e lo sono sempre stato, anche quando ero David Jones”. Ma c’è un’allegria maliziosa nel suo modo di dirlo, un sorriso nascosto agli angoli della bocca. Egli sa che di questi tempi è ammissibile comportarsi da checca, e che “scíoccare” e oltraggiare, cosa che il pop si è impegnato a fare nel corso di tutta la sua storia, è un processo provocatorio.
E se non è un vero e proprio oltraggio, è per lo meno di- vertente. L’espressione della sua ambivalenza sessuale propone un gioco affascinante: lo è o non lo è? In un periodo di conflitti d’identità sessuale egli sfrutta acutamente la confusione che circonda i ruoli maschili e femminili. “Perché non hai indosso l’abito della tua ragazza, oggi?” gli ho chiesto (non ha il monopolio dell’umorismo ironico). “Caro,” mi ha risposto, “devi capire che non è un vestito da donna. t un vestito da uomo.”
Ha iniziato a indossare abiti di tutti i tipi due anni fa, ma dice di essere stato sempre provocatorio, di aver sempre fatto cose che non erano accettate dalla società. E’ solo negli ultimi due anni, fa notare, che la gente ha cominciato ad accettare il fatto che al mondo ci sono bisessuali “e – fatto orribile – omosessuali”. Sorride, gustando la sua aggiunta.
“L’importante è che non devo dare l’esempio. Continuerà in questo modo anche quando la moda sarà finita. Sono proprio uno screanzato cosmico. Ho sempre indossato gli abiti che andavano bene a me. Li disegno. Ho disegnato anche questo.” Si interrompe per indicare coi braccio quello che ha indosso. “Non mi piacciono per niente i vestiti che compri nei negozi. E non porto neppure sempre lo stesso vestito. Li cambio ogni giorno. Non sono immorale. Sono David Bowie.”
Cosa ne pensa del caro Alice, gli ho chiesto, e lui ha scosso sdegnosamente la testa: “Niente bene. Ho comprato d suo primo album, ma non mi ha eccitato o colpito. Penso che cerchi di essere provocatorio. Lo vedi anche tu, il poverino, con i suoi occhi rossi e sporgenti e le sue tempie tirate. Cerca ogni sistema. Il pezzo che fa col boa costrittore, un mio amico, Rude Valentino, lo faceva secoli prima. Subito dopo ci vedo Miss. C. col suo boa. Lo trovo molto avvilente. E’ molto studiato, ma ben azzeccato per la nostra epoca. Al momento ha forse più successo di me, ma sono io che ho inventato una specie di artista, col mio chiffon e il taffettà. Negli Stati Uniti la chiamano pantomima rock”.
Nonostante gli orpelli, comunque, sarebbe tristemente fuori luogo pensare a David semplicemente per una specie di gloriosa messinscena da travestito. Un’immagine, se forzata e stiracchiata artificialmente da tutte le parti, finirà per ave- re un effetto ríduttivo su un artista. E Bowie si trova proprio in questa situazione. Prevede questo potenziale dilemma, quando dice di non voler enfatizzare più di tanto il suo aspetto esteriore. Quest’anno ha dedicato molto tempo a organizzare il lavoro e le registrazioni. Come dice, è questo che conta alla fine. il suo successo o insuccesso dipendono solo dalla musica.
Come compositore non mi dà la sensazione di essere un intellettuale, come sembra ad alcuni. La sua capacità di esprimere un tema sotto più aspetti sembra piuttosto intuitiva. Le sue canzoni assomigliano più a manifestazioni dell’inconscio che a pensiero attentamente strutturati. Dice che è raro che si convinca a riflettere su un’idea.
“Se vedo una stella ed è rossa non cerco di dire perché è rossa. Penso al modo migliore per descrivere a tizio e caio che quella stella è di un tale colore. Non mi faccio molte domande; mi limito a riferire. Trovo le risposte negli scritti di tra gente. Tutto il mio lavoro può essere considerato come parlassi a uno psicoanalista. La mia scena è il lettino.”
Ed è proprio perché la sua musica è radicata in questa mancanza di consapevolezza che egli ammira tanto Syd Barrett. Pensa che sia stato proprio l’approccio a ruota libera tipico di Syd nel comporre i testi ad aprirgli le porte; entrambi, li pensa, sono la creazione delle proprie canzoni. E se Barrett ha aperto la breccia iniziale, sono stati Lou Reed e Iggy Pop che hanno continuato ad accompagnarlo e lo hanno aiuto ad ampliare il suo inconscio. Lou, Iggy e lui diverranno, padroni del mondo intero. Sono i compositori che lui ammira.
L’altra sua grande fonte d’ispirazione è la mitologia. Sente i grande bisogno di credere nelle leggende del passato, in particolare nel mito di Atlantide. Per lo stesso bisogno si è creato un mito del futuro, la fede in una razza imminente di superuomini, l’homo superior. E’ la sua unica fugace visione di speranza: tutto quello che noi non riusciamo a fare, lo faranno loro.”
Questa idea nasce dalla rassegnazione circa il modo in i si muove la società. Bowie non spera molto nel futuro 1 mondo. Uno anno fa diceva che dava altri 40 anni di vi- al genere umano. A sottolineare la sua convinzione un pezzo nel suo prossimo album si intitola FIVE YEARS. Come vedete è un fatalista, un pessimista incallito.
Pretty Things, l’ariosa canzone di Herman, unisce a questo .atteggiamento fatalista il barlume di speranza intravisto nella nascita di suo figlio, una specie di equazione poetica dell’homo superior. “Penso,” dice, “che in un certo senso abbiamo creato un nuovo genere di persone. Abbiamo creato un bambino che sarà così esposto ai media da estraniarsi dall’ambito familiare ancor prima di aver compiuto dodici anni.”
E lo stesso tipo di visione tecnologica che Stanley Kubrick prevede per il prossimo futuro in Arancia meccanica, se pesanti.
E molto, molto lontane dalle stramberie da checca. Non rinunciate a David Bowie come musicista serio solo perché gli piace prendersi un po’ gioco di tutti noi

 

 

 

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