David Bowie – I Mille Volti di una Rock Star, Penthouse n.3, maggio 1986

Una lunga conversazione dopo Let’s Dance con il critico musicale americano Robert Palmer.

084penthouseI mille volti di una rockstar, di Robert Palmer, Penthouse n. 3, maggio 1986.

Stravagante, drogato, aperto a ogni esperienza sessuale, o soltanto un geniale artista e abile amministratore delle propria immagine?

David Bowie ha cambiato tante volte, e così radicalmente, tipo di musica, di immagine e di personalità pubblica, che l’idea che ci sia un vero David Bowie sembra a volte ingenua e persino ridicola. Eppure, dopo tutte queste pose e queste facce, è difficile credere che David Bowie sia su questo pianeta da soli trentotto anni. Nato a Brixton, un quartiere “duro ” di Londra, Bowie voleva diventare pittore, e l’ambizione artistica, accoppiata a un forte interesse per il mimo e per la teatralità del surrealismo francese e del dadaismo, ha senza dubbio facilitato le trasformazioni future. In principio c’era Bowie, il giovane mod, bello ed elegante. Era il 1964 ed era già a capo del suo primo gruppo rock, i King Bees, e incideva un disco. In seguito sarebbe diventato un compositore chitarrista, in abito lungo e con un look da Veronica Lake. Ma avrebbe dovuto aspettare fino al 1969 prima di arrivare al successo con il quarantacinque giri inglese Space Oddity, la storia di un astronauta alienato, che sfruttava intelligentemente la popolarità di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. All’inizio degli anni Settanta, altra trasformazione. Questa volta in Ziggy Stardust, una storia di androgino spaziale con capelli rosso-fiamma e scarpe a trampolo. I giovani fans di tutto il mondo vi riconobbero l’alieno che ogni adolescente incompreso e sessualmente immaturo aveva dentro. Sulla scena, Bowie spinse la ambiguità sessuale fino a mimare una fellatio con il suo chitarrista Mick Ronson e, fuori scena, a dichiarare alla stampa di aver incontrato Angela, sua moglie putativa quando scopavano con lo stesso ragazzo”. Qualunque cosa fosse, Glitter Rock o Glam Rock, il pubblico la beveva, e la stampa anche. Un giornalista chiese alla moglie: “Cosa si prova a essere sposata con un uomo che tutti ritengono il re del mondo dei finocchi?“. La risposta fu pronta: E’ fantastico, mi piace. Dipende tutto dal conoscere la cultura gay, alla quale sono felice di appartenere“. Bowie mantenne l’etichetta bisessuale e ricreò il personaggio alieno nel film L’uomo che cadde sulla terra (molti anni prima che Steven Spielberg diventasse l’uomo più ricco di Hollywood con E.T). Ma continuò a misurarsi addosso molti ruoli. Lungo la strada decise che dopo tutto era eterosessuale. Abbandonò l’immagine Glam Rock dei primi anni Settanta, sperimentò il soul di Philadelphia e l’angoscia dei cabaret berlinesi, contribuendo più di chiunque altro alla nascita della new-wave e della electronic dance-role. E continuò a gettare via stili e pose come se fossero giornali vecchi. Poi è tornato al primo posto in classifica con un singolo e un album, intitolati tutti e due Let’s Dance. La tournée americana del 1983, la prima dopo cinque anni, è stata l’iniziativa che ha avuto più successo dopo il Blitzkrieg dei Rolling Stones del 1981. Ora, dopo aver interpretato l’Elephant Man a Broadway, il compagno della vampiressa Catherine Deneuve in Miriam si sveglia a mezzanotte e un ufficiale della seconda guerra mondiale in un campo di concentramento giapponese in Furyo di Nagisa Oshima, Bowie si è impegnato nel ruolo più difficile della sua carriera: interpretare, fra tutti i ruoli, quello di David Bowie. il vero David Bowie. La EMI Records ha firmato con lui un contratto di dieci milioni di dollari per il diritto di distribuire i suoi prossimi cinque album. Molte rock star si metterebbero tranquille e non penserebbero ad altro, ma non Bowie.Robert Palmer, collaboratore di Penthouse, ha incontrato David Bowie in una suite, elegante ma anonima, di un albergo dell’Upper East Side newyorkese. A Bowie non è mai piaciuto concedere interviste e anche per quelle poche che ha concesso ha sempre insistito perché non durassero più di un’ora. Ma mentre Bowie e Palmer parlavano è cominciato a emergere il vero Bowie, o qualcuno che gli assomigliava. Magro, bello nel suo modo spigoloso, pantaloni con la piega e camicia sportiva con le maniche corte, passandosi ogni momento la mano fra i capelli biondi, Bowie ha parlato dell’arte pop e delle sue influenze, delle esperienze sessuali, delle scelte bohémien, delle droghe, del razzismo nella musica pop. Ha anche parlato della sua vita di padre separato che deve allevare un figlio cui evidentemente tiene molto. Battezzato Zowie ai tempi dei lustrini di Ziggy Stardust, il figlio dodicenne di Bowie si chiama adesso Joey e risiede con il padre in Svizzera. Angela Bowie, già ex modella, adesso è anche ex moglie. David e lei hanno divorziato nel 1980. Durante tutta l’intervista David Bowie si è dimostrato rilassato ma estremamente pronto, affabile ma eccezionalmente controllato e presente.

PENTHOUSE All’inizio della sua carriera – fine anni Sessanta, inizio Settanta – ha coltivato un’immagine androgina. Sulla copertina di uno dei primi album indossava una specie di vestito lungo e in un’intervista dichiarò di essere bisessuale. Poi si è sposato, ha divorziato e ora ha smentito quelle vecchie dichiarazioni sulla bisessualità. Com’è la storia? 
BOWIE All’inizio degli anni Sessanta gli unici posti di Londra in cui si poteva sentire della musica che avesse un qualche interesse erano i club gay. Tutta la musica nera, il miglior soul, da James Brown in giù, era nei club gay. Cosi andavo a ballare in quei club e naturalmente era un periodo in cui sessualmente stavo sperimentando ogni strada. Un giornalista che sapeva che andavo in quei club mi chiese: “E’ vero quello che si dice di te?“, e io: “Beh, sono bisessuale“. E’ da lì che è cominciata. E’ una bandiera che mi sono portato dietro per un lungo periodo. Non avevo idea di cosa può succedere quando si dice qualcosa alla stampa. L’ho capito più tardi. Non sapendo come definirmi, hanno usato quell’etichetta per tanti anni. per questo solo per questo, che mi pento. Non mi sono mai pentito di essere stato bisessuale, ma sembrava una dannazione. Ha tenuto lontana la gente dal mio lavoro per molto tempo, era come un ostacolo da superare. Per molta gente il mio lavoro non ha significato niente per molti anni perché non riuscivo ad andare oltre a questa cosa. Naturalmente per i miei amici le preferenze sessuali di una persona erano secondarie. Prima veniva il lavoro, ma molti non riuscivano a capirlo. Lo trovavo pazzesco. Una stranezza, una vera stranezza.
PENTHOUSE Lei è stata la prima rock star di una qualche importanza a dichiarare di essere bisessuale: questo deve esserle costato parecchio. Ma se a lei sembrava strano l’atteggiamento degli altri, pensi come doveva sembrare strano il suo a loro. Come ha fatto a diventare così strano, se posso usare questo termine? Come mai David Jones di Brixton è diventato una creatura eccessiva come Ziggy Stardust? 
BOWIE Tutti gli aspetti dell’arte mi hanno sempre incuriosito. Mio padre, che è morto quando avevo vent’anni, mi comprò il primo sassofono e mi ha aiutato molto. Quando ero più piccolo lui aveva messo dei soldi in un teatro circolante e in un club di lotta di Soho. Prima di diventare musicista sono stato un pittore senza successo. Se avessi avuto successo, penso che la pittura mi sarebbe bastata: sarebbe stata quella la mia carriera. Ma me ne andai da casa verso i quindici-sedici anni e mi trasferii a Londra, perché per me Londra era il posto dove tutto succedeva. Frequentavo una scuola d’arte, ma contemporaneamente suonavo il sassofono e pensavo che, se avessi potuto mettere insieme una band, avrei potuto guadagnarmi da vivere. Per un periodo durante il giorno ho lavorato come grafico ma mi detestavo, e arrivai alla conclusione che non c’era modo di farcela come pittore. Così abbandonai tutti e dissi: “Farò il sassofonista”. Era l’inizio degli anni Sessanta. C’erano un sacco di artisti rhythm and-blues che arrivavano a Londra e cercavano delle band di sostegno. Così ne misi su una. Lavoravamo nel circuito dei club di Londra,il Marquee, lo Scene. Era l’epoca dei primi mod e io mi vestivo in quel modo, abiti di mohair, camicie col collo alto. Ero uno stereotipo inglese, il pittore fallito diventato musicista. E poi ho cominciato a frequentare Lindsay Kemp e la sua troupe di mimi. Lindsay aveva vent’anni più di me e aveva passato gran parte della sua esistenza a Parigi, a vivere la vita della Rive Gauche. Era un gay molto militante, cosa insolita a quei tempi. La sua compagnia di mimo era la più meravigliosa e sperimentale di tutta l’Europa. Il suo genere non era mettersi una maschera, mimare di andare controvento e roba del genere. Gli interessava di più portare sul palcoscenico le idee diGenet, di Baudelaire e di Cocteau. E in Inghilterra, metà degli anni Sessanta, ci voleva un coraggio incredibile. Lui mi chiese di fargli delle musiche e gli chiesi di insegnarmi il mimo. Rimasi con lui tre anni, saltuariamente, e facemmo un sacco di tournées insieme. Imparavo come combinare musica teatro, e quello che in compagnia suonava il piano mi fece conoscere John CageStockhausen, la prima musica elettronica tedesca, e la più recente improvvisazione elettronica americana. Prima di allora non avevo mai sentito niente del genere. Nello stesso tempo studiavo la storia delle avanguardie europee, il surrealismo e naturalmente, prima, il dadaismo. Per tutta la mia carriera mi sono tenuto all’idea centrale Dada, cioè che un’idea diventa obsoleta nel momento in cui funziona.
PENTHOUSE E’ qui che il suo bagaglio diverge in modo sorprendente dallo stereotipo inglese dalla-scuola d’arte-al-rock. Musicisti della sua generazione come Keith Richards, John Lennon, Eric Clapton, hanno abbandonato la scuola d’arte per il rock e non si sono mai guardati indietro. Neanche John Lennon avrebbe probabilmente riciclato il suo interesse per il mondo dell’arte e le avanguardie, se non fosse stato per Yoko. Lei invece si immergeva in tutte le arti mettendo insieme Cage e Kandinsky con John Lee Hooker e i Muddy Waters. 
BOWIE Credo che tutte le mie influenze vengano da incontri con gente meravigliosa che mi ha aperto gli occhi su cose alle quali ero chiuso. E’ stato un processo di autoeducazione, con il loro aiuto. Con Lindsay Kemp ho un debito, perché, se non avessi incontrato lui e gente come lui, avrei finito per fare del puro pop, senza conoscere il resto. Forse sarei stato soddisfatto, ma con un tarlo in fondo alla testa. Loro hanno cambiato tutto.
PENTHOUSE Ma negli anni che era con Kemp e suonava il sassofono nei club, l’idea che la musica pop e l’arte potessero trovare qualche base comune era ancora lontana mille miglia. E’ difficile che qualcuno pensasse in quei termini fino al 1967, quando i Beatles hanno tirato fuori Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Lei quando si è reso conto che si potevano combinare? 
BOWIE Beh, facendo musica con la troupe di mimi, vivendo quella vita sregolata, leggendo Kerouac e Burroughs e ascoltando il rhythm-and-blues, la cosa cominciò gradualmente a prendere forma. Cominciai a pensare ai costumi, a creare sul palco una visione sostitutiva della realtà. Non avevo idea di quale sarebbe stato il risultato, ma ero sempre aperto alle idee degli altri e influenzato da tutto ciò che trovavo drammatico. Poi nel 1966 o 1967 con altre quaranta persone ascoltai al Marquee Club una nuova band chiamata Pink Floyd. C’era Syd Barrett, con la sua faccia bianchissima e gli occhi bordati di nero, quella strana presenza che cantava in una band che faceva spettacoli leggeri: “Wow, è un bohémien, un poeta, e canta in una band rock “.
PENTHOUSE Fu quando l’LSD cominciò a diventare la droga della Londra pop, che Syd Barrett uscì di scena. Nessuno lo ha più visto.
BOWIE Sì, e quando Syd Barrett se ne andò per me i Pink Floyd non esistettero più, perché i Pink Floyd erano lui. Ma non penso che sia successo come dice lei. I Pink Floyd fecero centro e per qualche mese furono moderatamente popolari. E Syd non voleva proprio averci a che fare, e decise di andarsene. lo lo capisco. Pensava: “Va bene, cominciato a essere accettati, a me non frega niente [risata ironica]”. Era ancora dell’opinione che quando ti accettano, la tua vita artistica è finita; ormai non è più vero.
PENTHOUSE Deve avere qualcosa a che fare con tutti i suoi cambiamenti. Per tutta la sua carriera ha stupito il pubblico cambiando radicalmente musica, immagine, modo di recitare, di cantare.
BOWIE Ha molto a che fare. Dopo tutto ho ascoltato i dada e Lindsay Kemp che mi diceva sempre: “Questi borghesi non ti capiranno mai”.
PENTHOUSE La droga, e soprattutto l’LSD, ha contribuito molto ad allargare i confini della musica nei tardi anni Sessanta. Lei c’era dentro? Prendeva l’LSD? Faceva l’hippie?
BOWIE Per un po’ sì, solo per un po’. Ma penso che le immagini che mi interessava di più evocare, il tipo di are in cui volevo collocare la mia psiche, fosse radicalmente differente. Le due o tre volte che presi l’LSD insieme a della gente che lo prendeva non ebbi quella scossa che cercavo. Volevo qualcosa di diverso, qualcosa di più sporco e più pazzo. Ero molto preso dai libri di Burroughs e l’esperienza di Burroughs è antitetica a quella dell’acido.
PENTHOUSE La maggior parte del materiale dei primi libri di Burroughs deriva dalla sua esperienza di eroinomane. La sua attenzione alla decadenza e al demi-monde può averle fatto fare una sbandata del genere. 
BOWIE [Quasi spaventato] Mai! Non mi ha mai attirato. Prima cosa, non mi bucherei mai. E, seconda cosa, mi ha sempre terrorizzato, pietrificato. No, il mio rapporto col movimento hippie si è limitato a mettere in piedi un laboratorio artistico, come si diceva in Inghilterra. Era un posto nel sud di Londra dove si facevano poesia, musica, spettacoli e danza. In fondo era un mixed-media e mi interessava. Burroughs aveva sviluppato il metodo del cut-up che nella forma più semplice significa tagliare una pagina di un testo e riassemblarla in un altro ordine. Più tardi me ne sono servito per scrivere i testi delle canzoni. Ma Burroughs ha anche detto che se si vuole avere un terzo punto di vista bisogna tagliare due informazioni differenti e attaccarle insieme in modo da avere qualcosa di cui non si conosceva l’esistenza. lo pensavo che questo valesse anche per le arti, e mi interessava. Per molti anni ho continuato a incidere dischi senza successo, poi, nel 1969, ho fatto Space Oddity. L’avevo scritto con l’intenzione di. cantarlo con un amico, John Hutchinson; saremmo stati Hutch e Bowie. Ma mi piantò due giorni prima della registrazione perché si era sposato e aveva deciso che preferiva un lavoro sicuro su al nord. Così l’ho fatto da solo, come David Bowie, e ha funzionato.
PENTHOUSE Space Oddity è stato il suo primo successo. Per lei era ancora importante nel 1980, visto che lo ha aggiornato in Ashes to Ashes nell’album Scary Monsters. In tutte e due le canzoni c’è l’astronauta Major Tom: E’ stato il rimo dei suoi alter ego. Da lì a Ziggy Stardust and The Spiders From Mars, il passo è breve. 
BOWIE Sì, ma le mie idee non erano quagliate del tutto quando scrissi Space Oddity. Ma quando cominciai a scrivere le canzoni per The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, mi resi conto che erano il mezzo perfetto per usare quello che sapevo, per afferrare il toro per le corna e mettere insieme tutto. Sapevo che dovevo avere una band e nello stesso tempo man mano che il personaggio di Stardust si sviluppava, vi entravano un mucchio di influenze orientali, soprattutto del teatro giapponese Kabuki, insieme a elementi di mimo. E si sviluppò in una fantasia globale. 
PENTHOUSE Ziggy divenne anche un mostro commerciale. Fece di lei una star. Quanto è stato il merito del suo manager Tony DeFries?

BOWIE Tony arrivò i primi giorni e vide che eravamo una piccola band vivace. Disse: “Ragazzi, sarete delle star: conosco la gente, conosco i posti… “. E io pensai: “Fantastico, questo è il tipo giusto per farci decollare”. Non ho mai saputo se sia stato lui o no. E’ una di quelle cose che succedono. In un attimo entri in orbita come un razzo.
PENTHOUSE ~ Beh, vi ha fatto una pubblicità sfacciata. Ha speso un sacco di soldi sulla vostra etichetta, ha fatto venire dozzine di giornalisti dall’America per vedere il vostro show, ha fatto una campagna pubblicitaria minuziosa. E i ragazzini hanno cominciato a venire al vostro show vestiti come lei, o meglio come Ziggy Stardust. Orde di ZiggyStardust coi capelli arancioni e le scarpe a trampoli...
BOWIE Era un circo… Per un po’ vi abbiamo lavorato insieme ed era divertente. E’ stata una mia idea di mandare in giro Cherry Vanilla a parlare di me, a dire tutto quello che voleva di me, e quando mi chiedevano se era vero, io dicevo di sì. Chiesi ad alcuni attori della Factory di Andy Warhol di farmi da staff. Mi risposero che erano attori. E’ una buona ragione per lavorare per me. Mi curerete le relazioni. Siete in grado di gestirmi le PR”. Per un anno ho avuto intorno degli attori che facevano finta di essere degli agenti. Era una cosa isterica. Ma poi finì per diventare insopportabile.
PENTHOUSE Ziggy era una presenza aliena ma anche un tipo di rock star beffarda e scanzonata, era l’alieno del rock che ogni adolescente aveva dentro. Ma Aladdin Sane (1973), l’album e il personaggio successivo, quello con la saetta in faccia, era più cupo, più decadente. Aladdin Sane o “a lad insane”., un ragazzo matto, era lei?
BOWIE Ero io che tentavo di ridefinire Ziggy, e trasformarlo in quello che la gente voleva. L’album di Ziggy Stardust aveva raccontato tutta la storia; non c’era più niente da dire. Quando facevo Aladdin Sane sapevo che il meglio della storia era esaurita. Fu un periodo duro. Per la prima volta sentii di star lavorando per gli altri. A quanto pareva Tony DeFries e la sua organizzazione MainMan mi avevano fatto diventare una star e mi sentivo obbligato a non deludere le aspettative. Sì, Aladdin Sane fu una specie di svendita.
PENTHOUSE Molti pensano che sia il suo album migliore. Certamente ha ispirato lo spettacolo rock più ricco ed elaborato che si era mai visto, forse il più elaborato di tutti i tempi. Ma anche lo show che ha montato dopo, Diamond Dogs, era elaborato. Cominciava a rendersi conto che c’erano dei limiti? che non si può elaborare più di tanto uno show se si vuole che resti del rock’n’roll?
BOWIE Sì, esattamente. Cominciai a capire che il fulcro erano i costumi e non era quello che volevo. Non volevo finire con sempre più costumi, sempre più luci… Ma una cosa che mi succede sempre è che ogni tanto mi tiro indietro e dico: “Da dove vengo?” Esaminiamo un po’ le ragioni per cui volevo farlo -.E’ come guardare da lontano il quadro che si sta dipingendo. Quella fu la prima volta. E poi in quel periodo stavo per lo più in America e vedevo un sacco di spettacoli soul all’Apollo Theater di Harlem. Ecco il perché del Philadelphia sound e di Young Americans. Adesso penso che alcune di quelle musiche sono buffe. Ero molto serio. Volevo essere davvero un buon cantante soul; ero davvero ingenuo. Andavo in giro solo con neri, portavo vestiti portoricani, catene e tutto l’armamentario. In quel periodo ero molto attaccato alla droga. PENTHOUSE Ho sentito che frequentava abbastanza Lou Reed e Iggy Pop, che non erano esattamente contrari alla droga.
BOWIE Li incontrai tutti e due la stessa notte, allo stesso tavolo del Max’s a Kansas City. Eccomi lì con due leggende. Erano due caratteri intransigenti, sempre lì a scavarsi a vicenda…
PENTHOUSE Lei li ha salvati tutti e due da una crisi commerciale e artistica.
#CC0000 Prima di tutto volevo conoscerli perché erano così tremendi. Allora pensai”Beh, se ho tutto questo successo con i dischi, allora con il mio tocco magico posso fare qualcosa per loro”. In realtà non fu così. Non credo di aver fatto un buon lavoro per Lou, quando ho prodotto Transformer. Ma la gente si era dimenticata quanto era grande quando era con i Velvet Underground, e almeno potevo… ritirare fuori Lou e Iggy in modo che la gente si accorgesse di loro. E sono molto contento degli album che ho prodotto per Iggy; penso che ci vorrà un bel po’ prima che faccia di meglio di The Idiot Lust for Life.
PENTHOUSE In The Boy Looked at Johnny, un libro sul punk rock, due scrittori inglesi, Tony Parsons e Julie Burchill, dipingono la vostra amicizia come una sorta di trinità blasfema. 
BOWIE E’ una vergogna. Non è mai stato il loro stile di vita che mi ha interessato, ma la loro musica. La droga che mi interessava era la cocaina e le anfetamine perché vivevo in un orizzonte di rapidi cambiamenti, e quelle droghe sembravano dare una spinta continua alle cose. Mi aiutavano anche a lavorare. Se dovevo stare in piedi tre o quattro giorni di fila per finire qualcosa, me ne davano la forza.
PENTHOUSE Sfortunatamente, poi la si paga.
BOWIE Assolutamente; io l’ho pagata con il periodo di mania depressiva peggiore della mia vita. La mia psiche andò a pezzi. Stavo in piedi per settimane. E’ quello che ha buttato a terra anche gente come Keith Richards. C’erano pezzi della mia psiche sparsi dappertutto. Vivevo a Los Angeles in una casa piena di oggetti egiziani, allucinato ventiquattro ore al giorno. Cominciavo a vedere che fisicamente ed emozionalmente non avevo tempo per nessuno. Non potevo pensare a niente che fosse fuori di qui. [Disegna un cerchio intorno alla testa]. Ma venirne fuori! Dio mio, mi sembrava di essere sceso nelle viscere della terra. Mi ci sono voluti almeno due anni per togliermi la depressione. Per compensazione passai all’alcol, e ci voleva una bottiglia di whisky al mattino solo per liberarmi dalla depressione. Così mi trasferii a Berlino e diedi fuori di matto. E’ un gran posto per dar fuori di matto. A nessuno frega niente.
PENTHOUSE Perché Berlino? 
BOWIE Perché era l’antitesi di Los Angeles. A nessuno frega niente dei tuoi problemi. Hanno i loro. Non sono adulatori; sono duri e cinici. All’inizio della sua ascesa, Hitler sapeva di dover tenere in pugno Berlino, perché era una città molto radicale. C’era molta gente di sinistra. Ha dovuto andar giù pesante. Lo stesso radicalismo e lo stesso cinismo ci sono ancora. Ecco perché ho pensato che dovevo andare lì. Pensavo che se fossi riuscito a sopravvivere a Berlino dove nessuno mi avrebbe coccolato, avevo la speranza di venirne fuori. Jimmy -Jimmy Osterberg – meglio conosciuto come Iggy Pop, mi ha aiutato moltissimo. E’ venuto anche lui, ha preso un appartamento e stavamo insieme. Mi ha tirato fuori da un sacco di casini; questa è amicizia. I primi due anni furono orrendi, nonostante tutto quello che faceva per me. Ma andare là, andarmene da Los Angeles era la cosa migliore che avessi potuto fare. Mi aiutò a non cercare la cocaina e tutta quella: gente che voleva ritirarmi dentro.
PENTHOUSE: Gli album che vennero fuori dalle esperienze di Berlino Low, Heroes e Lodger erano in collaborazione con Brian Eno. C’era dentro un sacco di musica strumentale ripetitiva, ipnotizzante.. Dentro ci sono alcune delle sue canzoni più grandi Heroes, per ricordarne una, della musica molto innovativo.
BOWIE Penso che per un bel po’ significheranno molto per me.
PENTHOUSE Molto di quelle che succede oggi nella new wave ha le radici in quegli album. Si riconosce in molta musica inglese?
BOWIE Penso di sì… Ma c’è un certo vuoto che è sempre stato associato con me e che ora è dilagante in Inghilterra. La gente cerca immagini che evochino una sorta di freddo nichilismo. Devo dire che le mie immagini vengono da tremende esperienze emotive, da una quantità terribile di circostanze e di esperienze tragiche e disperate, creandomi dei problemi dei quali ho assunto la piena responsabilità. Ma le immagini che uscivano per me erano altrettanto reali dell’esperienza che le aveva create. Rappresentavano la mia frammentazione, la mia capacità o la mia incapacità di far fronte a certe situazioni. Non posso parlare degli altri, ma ho l’impressione che molto di quello che si scrive in Inghilterra venga da una comprensione superficiale di come si scrive e di perché si scrive per immagini frammentate. Ovviamente mi sento molto legato al mio lavoro, ma sento che molte delle mie osservazioni fondamentali di quel periodo hanno molta più sostanza delle immagini messe insieme adesso in Inghilterra. Da parte mia è presuntuoso perché non conosco nessuno, non so chi siano, da dove vengano e cosa abbiano passato. Ma io so di aver vissuto quelle immagini e di non averle messe soltanto sulla carta. So l’angoscia che c’era dentro e perché venivano fuori così fredde. Perché pensavo in quel modo, vedevo il mondo in quel modo. Non credo che per loro sia la stessa cosa. Ma la musica pop inglese non è mai stata tanto integrata dal punto di vista razziale come adesso.
PENTHOUSE La scena pop americana invece non è mai stata segregata come ora. Lei è andato veramente controcorrente quando ha preso Nile Rogers, un produttore nero, per l’ultimo album.
BOWIE Non ho mai visto più razzismo. Nile Rodgers tiene molto al suo colore, e quando era più giovane era più attivo politicamente. Lavorare con lui mi ha aperto gli occhi, perché mi ha fatto vedere un sacco di cose che non avevo notato: come le cose siano cambiate per lui e come sia sempre più difficile che radio o televisioni bianche gli trasmettano la sua musica, e parlava delle radio e delle .televisioni bianche. Quando mi sono messo a vedere i video della MTV, tv via cavo, ho trovato un razzismo molto evidente.
PENTHOUSE Sì, per molto tempo sembrava che rifiutassero ogni video fatto da un artista nero. Prince, Michael Jackson e qualche altro hanno spezzato la barriera, ma ho sentito che ci sono volute delle pressioni. In realtà ho sentito che anche lei ne ha fatte quando è stato intervistato dalla MTV. 
BOWIE Mi facevano le solite domande e io ho detto: “Beh, perché, tanto per cambiare, non ve la faccio io una domanda? Perché nella vostra stazione avete optato per una politica di musica bianca?”. E la risposta che mi diedero sembrava tanto, tanto ovvia da sentirsi a posto. Mi dissero “Beh, perché se trasmettiamo della musica nera ci fanno delle obiezioni”. E io pensai.”Ma come fai a star seduto lì a dire queste cose?”.
PENTHOUSE E’ strano che in Inghilterra sia l’opposto, visto che il clima politico sembra lo stesso. .
BOWIE Ma la musica inglese è un tale… no, non crogiolo, perché, grazie a Dio, c’è uno sviluppo che mi sembra vincente in tutto il mondo: le popolazioni e le culture indigene si raggruppano insieme con una sorta di sentimento tribale. In Inghilterra, per esempio, i giamaicani sono molto giamaicani, eppure lavorano con i bianchi purché sia chiaro che loro sono una cosa e i bianchi un’altra. L’idea di fusione è svanita e c’è un nuovo modo di sentire: si, io sono questo, io sono quello, questa è la mia cultura e ne sono fiero… ora posso lavorare con te. Credo sia incredibilmente salutare. Visto che non c’è niente di più interessante e di più stimolante che incontrare una persona di un’altra cultura, e niente di peggio di vedere una cultura dissiparsi e assumere caratteristiche da supermercato. Se i giapponesi sono giapponesi e gli africani africani allora hanno qualcosa da offrirsi a vicenda.
PENTHOUSE Come è stato lavorare con Nagisa Oshima, regista di Furyo? 
BOWIE E’ stata la mia, prima esperienza cinematografica che non si sia rivelata mortalmente noiosa. Nel cinema passavo tutto il tempo seduto ad aspettare che mi chiamassero, per poi fare dieci riprese e andare a sedermi di nuovo ad aspettare che cambiassero le luci. Con Oshima non era così. Due riprese ed era finita, e poi tirava fuori la pellicola e la spediva in Giappone al montatore, letteralmente in carta da pacco. Girava. quasi tutto in sequenza e montava in macchina. Per la prima volta ho capito il senso di fare un film.
PENTHOUSE Lavorare con Catherine Deneuve e con Susan Sarandon non deve essere stato noioso.
BOWIE Deneuve è grande, completamente differente dal personaggio pubblico, una donna molto divertente, molto spiritosa. E’ una vera parigina e la trovo davvero affascinante. Come attrice Susan Sarandon era molto dinamica. Riusciva a tirar fuori dalla parte più di quanto credessi possibile. Devo dire che non immaginavo che verso la fine ci fosse tutto quel sangue. Raramente vedo film con sangue, così per quello che ne ho visto…
PENTHOUSE Parrebbe che lei stia dedicando forse più tempo al cinema che alla musica.
BOWIE Ho un atteggiamento ambivalente al proposito. Non sono sicuro di poter prendere sul serio la carriera di attore. So perché lo faccio, cosa voglio ricavarne, abbastanza credibilità da essere ritenuto un regista potenziale: è la cosa che desidero di più. Ma fino a quando ho conosciuto Oshima non mi sono reso conto di quanto può essere divertente fare l’attore. Il suo approccio era simile al mio con la musica: libertà di scelta, parametri ampi e la libertà di piegarli come si vuole, di allontanarsi dalla sceneggiatura, di prendere il nocciolo di un’idea e girarlo da tutte le parti con gli attori per tirar fuori la scena. Oshima mi ha fatto riflettere sul modo di guardare una sceneggiatura, su cosa cercare nei registi, su come lavorare con loro. Vorrei che sapessero che preferisco contribuire al film che esserci solo dentro. Adesso la cosa è diventata importante.
PENTHOUSE Ha intenzione di lavorare ancora in teatro? Il suo Elephant man ha avuto delle critiche straordinarie.
BOWIE Se mi offrono un lavoro della stessa qualità. Tutto quello che mi hanno offerto finora era assolutamente terribile.
PENTHOUSE Come riesce a mettere ogni sera la stessa intensità in un lavoro come The Elephant Man? Come riesce a evitare di essere ripeti tivo? Non è come cantare la stessa canzone ogni sera?
BOWIE Proprio il contrario. Quando cominciai con Elephant Man le prime settimane mi andava un po’ stretto, alla fine trovai che potevo interpretarlo ogni sera in modo diverso, prendendo le sensazioni che avevo avuto durante la giornata. Così Merrick sarebbe stato molto simile a come ero io; se ero annoiato, sarebbe stato un Merrick annoiato. Al rock non lo avevo mai applicato. Ho capito come si deve fare. Cercavo una trovata tutte le sere e alla fine ero a corto di idee e tutto rimaneva uguale fino alla fine della tournée. Nella successiva tournée ha cercato di utilizzare le esperienze fatte a teatro.
PENTHOUSE Un nuovo giro per l’America, con un altro personaggio: David Bowie; con una sezione ritmica nera di New York e un chitarrista blues del Texas, per stupire ancora la gente. Ma invece di inaugurare uno stile musicale completamente nuovo, come ha fatto praticamente in tutti gli album, è ritornato indietro a esaminare delle cose già toccate prima ma non esplorate in profondità: funk, rhythm and blues vecchia maniera, alcune idee jazz.
BOWIE Nella mia musica i cambiamenti corrono paralleli a quelli della mia vita. E’ come se un mucchio di cose che avevo fatto nel passato si fossero consolidate. Ora c’è come un tutto coesivo che solo cinque anni fa non c’era ancora. Quando mi sentivo in frantumi, la mia musica lo rifletteva. In questo momento, nella musica e nella vita non sento il bisogno di battere nuove strade, sento che vorrei rifare molte cose che ho fatto in passato.
PENTHOUSE Vedendo crescere suo figlio rivivrà molte cose del passato. Quanti anni ha?
BOWIE Undici. Viene e va dalla tournée, ma non credo che sia la vita per un bambino. Ha molti amici e spero stia vivendo un’infanzia ragionevole senza troppi influssi di rock’n’roll. Non è un figlio del rock’n’roll. Ma date le esperienze che ho vissuto, fra noi i canali di comunicazione sono aperti. Spero e sento che mi chiederà di parlargli di ogni esperienza che sta affrontando o che vuole affrontare e che io ho già vissuto. Ma sono sicuro che troverà nuove cose in un mondo nuovo col quale non avrò rapporti.
PENTHOUSE Mi sembra che la vita della rock star non favorisca i legami romantici duraturi. 
BOWIE Non ho legami romantici. Non per scelta, ma non mi capita. Forse è per questo che incomincio a scriverne.
PENTHOUSE Quando le capiterà se ne accorgerà.
BOWIE Così dicono.

 

 

 

Se avete informazioni e materiale da inviarci, scrivete a velvetgoldmine@velvetgoldmine.it

 

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