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Avido Bowie, Liberation, 16 settembre 2003

intervista Bowie Liberation 2003Nuovo album, tour mondiale, pubblicità televisiva… a 56 anni, il cantante inglese, sempre ispirato, è ancora in grande attività.

Intervista di Gilles Renault

Questa mattina David Bowie brontola un po’. Ha dormito male, soprattutto non a sufficienza. Ieri sera, da poco arrivato in Francia, ha partecipato a una trasmissione TV per France 2 della quale non è soddisfatto. “Mi avevano detto che la registrazione sarebbe durata un’ora e trenta, e invece ci abbiamo messo tre ore”. Per finire, il volume della traduzione era molto alto e la conversazione con gli invitati (Moby, Damon Albarn…) non lo ha preso molto. “A dire il vero, i soli momenti belli sono stati quelli in cui suonavo con i miei musicisti. Ad ogni interruzione, avevo fretta di risalire sul palco.”

Scintille
A 56 anni e dopo ventisei album, la forza artistica di Bowie sembra ancora davvero presente. Dappertutto, a tutti quelli che vogliono ascoltarlo, l’artista ripete che si sente come esplodere, che il suo entusiasmo d’autore-compositore è intatto e che il gruppo che l’accompagna fa scintille. La colpa è che il nuovo disco di Bowie è un disco soddisfacente, che, anche se non avrà più successo del suo predecessore, Heathen – uscito da soli quindici mesi – al vertice delle hit parade annuali, merita davvero considerazione. Di stampo molto rock, Reality, frutto di una collaborazione rinnovata col produttore-amico Tony Visconti, inizia del resto con un’eccellente canzone, l’accattivante e robusta New Killer Star, che sicuramente riscuoterà consensi. Di seguito il ventaglio di ciò che questo artista ha di meglio da offrire: da una cangiante presentazione di una cover di Jonathan Richman (Pablo Picasso), alla strana sintassi disillusa di Bring me the Disco King, un suo brano dimenticato che ha ripescato. Da una Reality volontariamente rabbiosa (“I built a wall of sound to separate us”), alla scanzonata Never Get Old, motivo conduttore della pubblicità Vittel, quasi un antidoto, venti anni dopo il sanguinario Miriam si sveglia a mezzanotte di Tony Scott e il suo elogio (da un’estetica tanto effimera) all’invecchiamento. Tutto Bowie è dunque qui. Pieno, acuto, raffinato, carnivoro, determinato… Cosciente del suo fascino, ma anche di questo spada di Damocle che è tutto il Bowie, l’insieme degli anni, l’eterno Thin White Ziggy si lancia contemporaneamente in una tournée maratona che pochi artisti osano ancora fare. Diciassette paesi attraversati in sette mesi. Una cosa mai vista, per quanto lo riguarda, da circa dieci anni. Un giro attraverso i continenti, che inizierà in Nord Europa il 7 ottobre (Copenaghen, Stoccolma, Helsinki) e accontenterà con generosità la Francia con due date a Parigi a Bercy a fine ottobre e sei tappe in altre città a novembre (Lille, Amneville … ).

Super redditizio
Ma nell’attesa diquesta rassegna “alla vecchia maniera”, David Bowie ha avuto una nuova idea mediatica superredditizia. Prima rockstar ad aver aperto una banca e ad aver lanciato il proprio servizio di accesso ad Internet, questa volta ha diffuso in tutta l’Europa in diretta dando (per modo di dire, certo) un concerto riservato, lunedì 8 settembre in Inghilterra, ritrasmesso via satellite nei cinema di 26 paesi. Una specie di sogno di ubiquità che ha permesso ai 400 privilegiati dello studio londinese di Riverside di unirsi a circa cinquantamila aficionados. Come a Parigi, dove la recente biblioteca MK2 ha mobilitato tutte le sue sale per l’evento, un’occasione per scoprire che il pubblico del cantante copre ormai due generazioni (dai 20 ai 40 anni circa) e che l’energia non manca di certo, persino quando rispolvera reliquie come Hallo Spaceboy, Fantastic Voyage e Hang on to Yourself. Il 5 settembre, l’artista dalla volubilità quasi proverbiale, era dunque a Parigi per rispondere a ogni domanda nei 40 minuti imposti da una rigorosa programmazione. Pantaloni bianchi, t-shirt nera e acqua minerale come da contratto, il personaggio riprende subito il suo discorso serale (sono quasi le 11, comunque), per testimoniare ancora una volta questa professionalità estrema, che fa sì che ogni giornalista che ha parlato con lui se ne vada con la sensazione più o meno illusoria di essere in possesso di informazioni prelibate.

Perché aspettare 35 anni per chiamare un disco “Reality“?

E’ un termine che non aveva senso quando ero giovane. Si preferivano nozioni più chimeriche. Ma “realtà” mi sembrava in sintonia con il Ventunesimo secolo; è una altra forma di viaggio, con molta tensione, traumi, ansia, su scala planetaria… Non è una cosa inedita: per quanto mi ricordi, da piccolo, quando c’era davvero il pericolo fra i due blocchi Est/Ovest, i miei genitori temevano che Londra venisse bombardata. A pensare che noi siamo condannati a vivere nello stress. Non credo che i giorni della terra siano contati. Ma bisogna di certo abituarsi all’idea che le zone di tensione sono pronte a smorzarsi. Allo stesso tempo, per quanto riguarda la sfera privata, sono ottimista. Ma un privilegiato come me può difficilmente considerarsi rappresentante di qualsiasi forma di realtà collettiva.

Qualunque cosa sia, “Reality”è una parola molto forte. 

Assolutamente. E quasi mai usata nel senso buono. Allo stesso modo del suo contrario, la “virtualità”. Alla fine capita sempre che i giornalisti francesi abbiano la particolarità di trovare delle interpretazioni che gli artisti stessi non sognerebbero mai di pensare, e questo è bello da parte loro. La “realtà” è un formidabile materiale di riflessione per gli intellettuali, ma per una schiacciante maggioranza, per la quale posso avere empatia, questa nozione rappresenta una forma di caos nella quale nulla si può evolvere…

E’ il tuo album più vicino a New York. Ti senti in osmosi con la città dopo l’11 settembre? 

Ci sarà per sempre una linea di demarcazione, nella storia di New York, tra il prima e il dopo l11 settembre. Detto così sa di cliché. Ma posso garantire che, se si va al di là delle apparenze, tutto è profondamente cambiato. In meglio. Ero a New York nel 1977, quando la città si trovò immersa nel buio. Ci sono stati episodi di saccheggio, la gente si rinchiudeva in casa a doppia mandata… ne conservo un ricordo terrificante. Quando è sopraggiunta la stessa situazione, il mese scorso, una volta dissipata l’ipotesi di attacco terroristico, è prevalso un grande sentimento di solidarietà, quasi di giovialità. Le vie pullulavano di gente a piedi che simpatizzava, i commercianti uscivano sui marciapiedi per offrire la loro merce. Alcuni lasciavano la loro casa per uscire e suonare la chitarra e fare un pic-nic. E’ evidente che c’è un legame con l’11 settembre: questa capacità di superare in maniera collettiva una situazione a priori spiacevole si è sostituita alla chiusura, all’egoismo. Per ritornare a Reality, non è un disco su New York, ma ne è così tanto impregnato che non potrebbe essere stato concepito altrove. Allo stesso modo che Heroes è intimamente legato a Berlino senza esserne una evocazione esplicita.

Pensi di aver tradotto quest’impressione positiva nella tua musica? 

Immagino che una forma di energia positiva lo attraversi. Almeno nelle strutture melodiche, perché i testi rischiano di sembrare oscuri. In ogni caso cantare che tutto vada per il meglio nel migliore dei mondi non ha senso. In compenso fare lampeggiare segnali più o meno strani nel cuore dell’oscurità …mi sembra costituire un cammino altrettanto eccitante e costruttivo.

Il ritrovarsi con Tony Visconti ha a che fare con il fatto che avete registrato due album in così poco tempo?

E’ una domanda interessante che non mi sono mai posto. Infatti quando abbiamo deciso di ricominciare a lavorare insieme, a rischio di sembrare presuntuosi. non avevamo alcuna preoccupazione sulla qualità del risultato … e Heathen è stato molto ben accolto. Poi c’è stata una mini tournée che sé andata altrettanto bene. Tutto questo ha creato una reale emulazione e, poiché ho la fortuna di essere un autore prolifico, abbiamo avuto rapidamente materiale per un nuovo disco. Con la voglia di riprendere il cammino. D’altronde, mia figlia ha tre anni e andrà presto a scuola perché non voglio che cresca in disparte. I miei obblighi di padre faranno sì che io non possa più allontanarmi per troppo tempo. E poi ho 56 anni, caspita… ti pare poco. Quindi l’occasione di fare un’altro tour mondiale non si presenterà presto.

Il tono molto rock del disco suggerisce l’idea che tu pensi al palcoscenico quando scrivi le nuove canzoni?

Sbagliato. L’ultima volta che ho avuto un secondo fine del genere risale all’epoca di Ziggy Stardust dove la musica non era che una componente, certo essenziale, all’interno di un dispositivo molto teatrale. In quel caso ero soprattutto preoccupato dalla voglia di restituire una certa forma d’urgenza, d’istantaneità, corrispondente al mio umore di quel momento.

A che cosa assomiglierà la tournée?

Non dovrebbe differenziarsi da quella che ho fatto l’anno scorso, ma in posti più grandi. Ci saranno delle proiezioni video, ma così allusive che si confonderanno con le luci. L’idea è che questi artifici visuali non servano che a rinforzare l’atmosfera delle canzoni che saranno al centro della mia proposta: il gruppo è formidabile e non puoi immaginare il sentimento di pienezza che mi dà il fatto di cantare. Allora perché complicarsi la vita?

Hai ancora delle cose da dimostrare?

Penso di no. L’ultimo ostacolo che ho superato è stato, a partire dagli anni novanta, quello di creare degli album che mi soddisfacessero pienamente, senza cercare di rispondere all’attesa del pubblico. E per caso, mi sono sentito mille volte più a mio agio a scrivere il giorno in cui ho superato questa cosa. Una forma di accettazione che, tra l’altro, mi ha anche riconciliato sul palcoscenico con quello che ho scritto negli anni sessanta e settanta.

Riprendere Frank Black e Jonathan Richman non è stato rendere omaggio ad artisti che non hanno mai riportato il successo che meritavano, soprattutto nel loro paese ? 

In un certo senso sì. Penso anche, soprattutto, che questo dipenda dal fatto che la mia generazione ha avuto la fortuna di dover frugare per trovare cose che spesso erano difficilmente reperibili. Ai giorni nostri la molteplicità dell’offerta ha un effetto perverso e paradossale: si cerca sempre meno, e la sete di scoperta diminuisce.

In che campo pensi oggi sia più difficile di sfondare: musica, pittura, letteratura…? 

In tutti. Il minimo approccio artistico è immediatamente assoggettato a considerazioni finanziarie. Una prima esposizione che non vende e si è spacciati. Esistono molti giovani artisti di talento che si ritrovano sulla strada perché non hanno nervi d’acciaio. La fragilità resta una delle più belle fonti di creatività, ma è lei che condanna un numero incredibile di carriere.

 

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