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Bowie Il Magnifico, Epok, FnacFrancia, settembre 2003

Reality intervistaA 56 anni un David Bowie in grande forma firma assieme a Tony Visconti, suo alleato di sempre, il nuovo album Reality, e prepara il suo tour mondiale più importante. Ariel Wizman, grande fan di David, l’ha intervistato a New York per Epok: i giovani troppo seri, la sua idea del rock, l’essere padre, la sua mancata carriera di monaco, lo skate-board… L’incontro fra due dandy filosofi.

Ariel Wizman: Ho ascoltato l’album. Si tratta di un album rischioso, radicale. Ma non ti vengono dubbi sul modo in cui sarà ricevuto? 

David Bowie: Rischioso? Sì, dimmi

AW: Un Bowie hardcore.. 

DB: Sì, è vero.

AW: E anche un Visconti hardcore.

DB: Sì

AW: E’ quello che ti guida nell’album dall’inizio alla fine. Ma… i dubbi?

DB: A dire il vero dormo sempre meglio. La cosa che più mi preoccupava era di non rifare Heathen, che era stato talmente ben accolto che sarebbe stato davvero un gesto vanitoso fare Heathen 2. Sono contento di non avere nel mio accordo con la Columbia un calendario iper-restrittivo. Ho potuto prendere il tempo di acclimatarmi in studio con la mia band, il gruppo che mi seguirà nel mio tour mondiale. Ho potuto scrivere e registrare con la band nello studio dei pezzi fatti apposta per loro, alcune cover e poi vecchi pezzi che erano su una lista virtuale che si chiamava Pinups 2. Mi privo sempre dei miei brani!

AW: Ad esempio Bring Me The Disco King.

DB: E’ un vecchio pezzo. L’ho rifatta quattro volte.

AW: La disco è sempre nell’aria allora.. 

DB: In realtà ne ho cambiato l’arrangiamento. Radicalmente. Gli arrangiamenti tendevano un po a fare precipitare la canzone. Qui, il tempo è talmente lento, le parole talmente tristi, si è trasportati in un epoca indefinibile, che assomiglia a una strana estasi nel bel mezzo di una situazione d’azione, rapida, con delle reminiscenze anarchiche. Niente basso, solo il microfono e la ritmica. Ne ero così contento. E’ uno dei miei pezzi preferiti, l’ho scritto nel 1992. poi c’è Pablo Picasso, una cover di un pezzo di Jonathan Richman, che era pure lui sulla mia lista Pinups 2

AW: Parecchie volte in questo album, si sono delle tentazioni orientali, delle ellissi, delle tessiture, degli eco di flamenco… 

DB: E’ vero. Per esempio, Pablo Picasso, la versione originale assomigliava a qualcosa dei Velvet Underground, con una sola linea di basso per tutto il brano. In questa mia, si sente la Spagna. L’ho totalmente riscritta per fare in modo che venisse fuori “postmoderna”, con l’irruzione di una Spagna che si ricorda dei Mori… La chitarra… Non credo sia evidente, ma c’è.

AW: Aladdin Sane, Yassassin.. C’è sempre uno sguardo verso un Oriente spirituale nei tuoi album. Che cosa è di preciso? Un fascino verso il Levante, più infiammato, più impetuoso?

DB: Non è un argomento semplice. Nessuno me ne parla mai. E questo me ne fa parlare volentieri. Il Medio Oriente… Parliamo di uno stile di vita nomade, con un certo disprezzo per le cose materiali, fatto che non va d’accordo con la fame di consumismo delle grandi famiglie del Golfo (questa ricchezza è un artificio del ventesimo secolo, non ha niente a che vedere con l’Oriente). Dal punto di vista politico e religioso, è una popolazione non ha mai conosciuto la separazione tra religione e politica Maometto era un leader, a capo degli Arabi. Niente a che vedere con i Cristiani, che sono cresciuti in mezzo ai Romani e sotto il loro giogo, prima di riuscire con molta difficoltà ad ottenere il potere. La separazione tra Chiesa e Stato è finita per sembrare a loro meno assurda di conseguenza. Ma non è la stessa cosa con gli Arabi: la loro religione e la loro politica sono identiche. Non li capiremo mai noi occidentali. La democrazia non ha mai avuto presa da loro per una ragione semplice: non esiste nel loro spirito. E’ una speranza vana credere di riuscire ad imporgliela. Una delle ragioni del mio interesse per questi argomenti è la religione di mia moglie, che è somala. L’Islam somalo è sciita, ma dolce. Ne potremo parlare molto a lungo. Quello che è vero, è che sento che la politica occidentale verso il mondo mussulmano è piena di ignoranza. E questo non farà volgere le cose nel senso voluto dall’Occidente. Si, lo dico davvero.

AW: Sono sempre molto attento al modo in cui evochi Dio nelle tue canzoni, a volte ironicamente sottomesso e in collera con lui. E’ abbastanza…

DB: Abbastanza giudaico! Mi piace l’idea che la sinagoga sia un luogo di dibattito in cui si rilegge, si reinvesta insieme la parola di Dio, è un segno incredibile di gran civiltà. Quello che trovo difficile, è ciò in cui sono cresciuto, il cristianesimo che curva la spina dorsale e esegue degli ordini. Sono un cristiano così cattivo. Non sono più un cristiano.

AW: Tu ami la conversazione, il dialogo, con Dio o le persone… 

DB: E’ una invenzione greca. Non posso fare a meno di pensare che gli inizi del cristianesimo non avessero nulla a che vedere con ciò che conosciamo oggi. Era una serie di consigli umanisti sulla vita e sulla sopravvivenza quotidiana. Il Nuovo Testamento è un libro censurato, con dei brani scelti, e si è lasciato da parte tutto ciò che si è ritrovato oggi nei manoscritti del Mar Morto, o il Vangelo di Tommaso. Penso che la parola di Cristo fosse più vicina a quella degli Gnostici. L’istituzione del Vangeli è stati un atto politico. I Cristiani avevano in qualche modo bisogno di una Chiesa, di un canone, di una comunità per difendersi e a loro interessava demonizzare gli Ebrei. Ciò di cui si parla molto in questi giorni viene proprio da questa decisione: la demonizzazione degli Ebrei. E’ un evento fondamentale e molto triste. Mi è difficile andare avanti. E’ un argomento che mi appassiona, ma ci vorrebbero ore.

AW: Cambiamo discorso allora. Hai doti in quantità: una eleganza unica, una abbondante ispirazione, un carattere preciso, determinato, di una rara curiosità.. E’ molto per un solo uomo. Che cosa pensi di averne fatto?

DB: Posso sembrarti immodesto, ma credo che mi resti sempre qualcosa d’importante ancora da fare…Sono in ritardo, sono sempre di corsa. C’è sempre qualcosa che vorrei tirare fuori, rendere pubblica, di cui vorrei discutere…Non colpisco mai nel segno, non ci azzecco mai. Vorrei fare la summa di tutto ciò che mi turba e dire “Ecco qua“. Ma riesco solo a scoprire piccole cose e mi dico allora, no, no, non così, deve essere la mia vanità che mi parla. E’ molto difficile. Preferirei non avere questa inquietudine filosofica. 

AW
: Potresti essere davvero un scrittore.

DB: Sì… sì. Ci ho provato con la prosa a volte. Ma non ci sono mai riuscito davvero. Sarei forse più un pensatore che uno scrittore. Dopo la mia adolescenza, la mia personalità si è divisa tra quella di un uomo di spettacolo, di palcoscenico e quella di un monaco. Ho davvero tentato il ritiro buddista. Stavo diventando monaco. Un fatto abbastanza estremo in sé.

AW: L’averne voglia è stato sufficiente? Farlo, era indispensabile?

DB: No. Sei della stessa idea del mio maestro Chimi Young-doong Rinpoché, un tibetano. Mi incoraggiava a scrivere delle canzoni, dicendomi che sarei stato un cattivo monaco. Era molto prudente sugli Occidentali che volevano diventarei monaci buddisti. Ci sarei rimasto forse per un anno…

AW: La tua adolescenza – quella di un ragazzo di periferia nato in una situazione culturale proletaria – può sorprendere. Da quella origine, hai sviluppato una tua cultura talmente diversa, avida, quasi quanto quella di un aristocratico. Oggi, un ragazzo di periferia non sarebbe in grado di intraprendere questa strada: quella della poesia, delle avventure spirituali, della ambiguità sessuale…

DB: E quindi, sarebbe da fare più che mai!! E’ questo che mi fa impazzire. Tutto qui, a portata di mano. Ai miei tempi, i territori che esploravo era giganteschi, perché bisognava scoprire tutto con l’aiuto della propria curiosità. Sono perennemente alla ricerca di visioni inusuali e di culture che cerco di amalgamare nella mia versione personale di ciò che io chiamo rock. Fino a oggi. Il rock è fatto di cose a lui estranee. Un tempo, iRoxy Music e io, eravamo abbastanza gli unici a sperimentare certi valori contrari all’approccio sintetico dominante che era quello della cultura hippie. La sofisticazione era una idea nuova. Andavamo verso una cultura pluralista, strana, gli anni settanta, risvegliati da persone come George Steiner e altri, che ci dicevano già a modo loro che era tutto finito, che bisognava seppellire il rock, fare del rock sul rock, del rock postmoderno. Molti lo fanno oggi, è già un metodo, già molto accettato. Ma.. noi leggevamo e questo faceva la differenza, la pluralità.

AW: La parola che mi viene in mente è “ambiguità”. Ci si poteva permettere molta più ambiguità in quel periodo che in questo nostro. Chi è veramente ambiguo oggi? Questo tempo non lo tollererebbe. 

DB: Buon per noi. Le circostanze culturali, amico mio… Penso proprio che ci saranno dei riassestamenti culturali, ma quando e come? Oggi, i gruppi fanno un tipo di musica e producono testi postmoderni senza nemmeno saperlo! Si sono talmente rimpinzati di questo linguaggio che non riescono nemmeno a capire se stanno inventando qualcosa di nuovo o no. Per quanto mi riguarda, il postmodernismo resta il grande choc culturale della mia vita. Difficile superarlo. Ho almeno avuto la fortuna di non esserci nato dentro e di potere quindi trovare ancora dell’entusiasmo.

AW: Il solo mezzo di superare il postmodernismo, è invecchiare?

DB: Credi? E’ possibile. Quello che prima si vedeva, erano delle persone che si impadronivano di un certo frammento della storia culturale, lo falsavano in modo ironico, tenendo le informazioni che a loro interessavano, buttando via il resto. Oggi. C’è una forte tendenza a una specie di serietà, a una pesantezza, come una volontà di aderire a qualcosa. Credo profondamente che l’ironia sia morta e che il postmodernismo gli sia sopravissuto, ma con una nuova serietà. Non so se tu sei come me, ma il postmodernismo senza ironia, ecco quello che mi fa un po’ paura (ride).

AW: Superficiale e serio..

DB: Sì, così..

AW: Quello che mi ha colpito nell’album, è la totale assenza di cinismo. Tutto è un filo cinico oggi, da Puff Daddy ai White Stripes passando anche da Avril Lavigne. Come venirne fuori? 

DB: E’ il mio modo di applicare la constatazione della morte dell’ironia e dell’innocenza. Ha molto a che vedere con i fatti recenti – che poi di fatto non lo sono più di tanto. L’11 settembre, e questa grande potenza mondiale, nella quale vedo un presidente dichiarare: “L’America non sarà mai più innocente”. L’America? Innocente? Una nazione che si è costruita sulla schiavitù, sullo sfruttamento e la corruzione. Mio dio, è quasi comico tutto questo!

AW: Già trentanni fa hai scritto che gli Americani ti facevano paura.
DB: Oh, sì! Ma il fenomeno più incredibile è quando anche il merchandising dell’amministrazione americana prende proporzioni inverosimili. E l’Inghilterra percorre la stessa strada, con Blair che pensa di avere un peso maggiore in Europa se prende ordini dal suo capo Bush.. dimentichiamocene, dopo tutto, me ne frego.

AW: Tempo fa, hai dichiarato che la nostra civiltà era in declino perché tollerava gente come te. Oggi, ma non è in declino perché noi tolleriamo gente come loro?

DB: Certo. L’ascesa e la caduta, questo mi preoccupa, dopo tutto. Secondo me, questa decadenza è più che mai percepibile. Tutto diventa talmente piatto che, dopo quasi sessantenni di vita si questa terra, posso dire senza esitazione che non noto nessun segno, nemmeno lontano, di un qualche tipo di evoluzione, da nessuna parte. Non ci credo nemmeno per un secondo. Sono millenni che siamo una specie tanto ripugnante, e continuiamo a creare delle cose meravigliose delle quali non capiamo nulla, che non siamo in grado, da un punto di vista spirituale e emotivo, di accogliere e che moltiplichiamo ugualmente.

AW: Siamo dei maiali!

DB: Sii! Delle scimmie che hanno a che fare con dei missili. Terribile. Allora.. c’è una possibilità di “de-evoluzione”. C’è un tipo, un cybernauta, Stafford Beer – l’autore di Brain of The Firm (ha avuto una influenza molto grossa su Brian Eno) – che ha quasi disegnato un arco della civiltà, che parte dai tempi più bui e arriva al Ventesimo secolo, e alla fine del Ventesimo secolo riparte in senso inverso verso i tempi più bui. Questo libro contiene davvero delle cose vere. E’ spaventoso. Forse prima non gli avrei dato importanza, ma ora, con mia figlia, così piccola, mi dico: non posso lasciare che questo accada! Ed è per questo che parlo di essere utili e non solo divertenti. So che quello che faccio ha un qualche valore, ma è talmente inferiore a ciò che potrei fare. Sono insoddisfatto, Questo non l’ho fatto, questo lo devo fare… cerco freneticamente, soprattutto da quando ho una figlia.

AW: Ma non è il tuo primo filino, qual è la differenza? 

DB: Niente a che vedere, ma proprio nulla! Ho la fortuna di avere lo stesso delle buone relazioni con mio figlio, che non ho visto del tutto durante i suoi primi anni di vita, a causa delle mie interminabili tournée. Mi ha fatto il grande favore di non volermene. Ho fallito nei suoi anni di formazione. L’ha tirato su la sua balia. Ma gli anni a Berlino, a partire da quando aveva otto anni, sono stati determinanti. Sono diventato davvero suo padre. Si impara dai propri errori e, questa volta, non succederà più. Con mia figlia, la mia presenza e quella di sua madre… sono molto più regolari e so che, ovunque io vada, in tour o altrove, lei è con me e io con lei.

AW: E’ ugualmente incredibile, alla tua età, impegnarsi nel più grande tour mondiale della tua vita, no?

DB: Lo so. Ma non importa. Sono in forma, è un bel momento. Credo sia adesso che io interpreti al meglio le mie canzoni. Ho fiducia e mi diverto.

AW: Deve farti un certo effetto, con gli anni, vedere che le prime file cambiano di stile, di età… non ci sono più sosia di Bowie, ad esempio. Come assomigliarti oggi?
 

DB: Ce ne sono ancora, ma molti meno. E’ interessante, dopo l’inizio degli anni novanta, vedere la proporzione delle generazioni nel pubblico cambiare sempre più. E la cosa più curiosa è constatare che solo la mia generazione è ossessionata dall’idea della giovinezza, come modo di fare. Se hai l’occasione di vedere una collezione di dischi di qualcuno della mia età e quella di uno molto più giovane, non troverai molte differenze. La mia generazione ascolta molto di quello che esce oggi e i giovani cercano molto nei dischi dei loro genitori, perché si sono dentro cose a loro indispensabili! Hendrix, Lennon… E’ una situazione unica dal punto di vista storico. Mio padre detestava la mia musica e io detestavo la sua, senza alcuna concessione.

AW: Hannah Arendt diceva che quello che un uomo pubblico può fare di meglio è essere una libertà che dà l’esempio della libertà. Ci sto pensando mentre rimescolo un po’ tutta la nostra conversazione: la modestia buddista, il fatto che tu sia diventato sempre più accessibile, sempre meno un feticcio… Il Bowie supremo, è quello che tutti possono essere? 

DB: Mi piacerebbe pensare che alcuni dei miei fan si procurano dei libri, dei dischi che loro sanno io amo, dei film oscuri, delle opere di pittura, delle sculture. E’ un piacere per me, perché è così che io sono cresciuto, guardando quello che i miei idoli amavano. Allora, sì, così, loro hanno accesso a me e io in qualche modo a loro. E’ questa la cultura: questa trasmissione individuale molto semplice, ma che si passa in modo radicale, perché, una volta che una frase, un pensiero ti ha attraversato, non si è più la stessa persona. Non ci sono strade di ritorno con la cultura. Non si è più quello che si era.

AW: E’ l’amore. E’ un po’ l’idea che non si è più vergini… 

DB: Certo. Ma ci sono talmente tanti pensieri da fare ancora. E’ una gioia. E’ la meraviglia dell’educazione. Osservo mia figlia scoprire, acquisire e dico: mio dio! C’è là una persona, uno spirito, che cresce, si espande…

AW: Quando le hai lasciato la mano, la prima volta, a scuola, non hai avuto l’impressione di lasciarla nelle mani di un sistema che non ha nulla a che vedere con tutto quello che ci siamo appena detti?

DB: Ah sì, certo. Stai parlando di qualcosa di terribile. Ero allucinato, ossessionato, mi informavo, volevo saper ciò che gli stavano insegnando. Ma lei mi guardava e mi diceva “a più tardi” e io ero già obbligato ad accettare questa indipendenza. Con i suoi misteri. Ritorna fra una quindicina d’anni e ti dirò come è andata.

AW: Concederai ancora interviste per i tuoi album nelle camere d’hotel?

DB: Ne ho davvero paura. Non so che altro potrei fare.

AW: Dai l’impressione di una felicità inquieta. La dominante è la felicità ma… 

DB: Sono molto sospettoso. Mi dico sempre: che cosa ci sarà dopo? Ho vissuto delle esperienze talmente straordinarie, ma, razionalmente, sono tentato di dire a me stesso che non sono niente altro che giochi di causa ed effetto, e poi a volte ci si mette di mezzo la vanità, mi guardo e mi chiedo perché io? Ma alla fine, tutto è semplice. Sono un cantante rock. O si fa bene quello che si fa, oppure no. Ho sempre pensato di fare bene quelle che stavo facendo, che avevo un alto grado di esperienza in materia e strumenti alla mia portata. Sono cosciente in quanto scrittore, autore e responsabile in quanto interprete. Prendo molto sul serio quello che faccio, perché ho stima dell’argomento di cui mi occupo. Nessun cinismo dunque, forse per questa ragione. Nessuna inutile modestia, non più. Fare bene le cose e dare loro importanza, il resto dipende da altri fattori: la casa discografica, il mercato, il periodo… Gli alti e i bassi… Ho avuto molta fortuna, anche se so che altre “icone” (è quasi una comunità) vendono di più e sono più visibili. Ma io sono me stesso al 100%, e il mio pubblico è stato incredibilmente leale, curioso di quello che facevo. In quanto prodotto commerciale, ho sempre potuto contare su di loro per essere là nel momento in cui ne avevo bisogno come artista. Senza nessuno che mi ascolti con curiosità, non so se avrei continuato a scrivere, a cantare. E ‘ quella che io chiamo una relazione riuscita con il pubblico. E ne sono fiero.

AW: Appunto, qualche parola sul mercato del disco: si parla ovunque della morte della musica, della musica che viene scaricata, della materializzazione, della demonetizzazione del disco: questi temi ti preoccupano? 

DB: Chi ascolta oggi un album per intero? E’ la prima domanda che ci si deve fare. Tutto è disponibile, ovunque e sempre. La disponibilità è un problema del passato. E ognuno può anche servirsi di strumenti per intervenire personalmente su quello che è disponibile. Lo stesso processo di creazione è disponibile, accessibile a tutti. Ed è quello che succede anche alla musica! La musica è diventata disponibile quanto l’acqua e l’elettricità. E’ inevitabile. Questo riguarda un po’ tutte le arti, diventano un flusso accessibile… Non è di certo il caso dello skate-board! E’ ancora una esperienza personale per alcuni, ed è la sola cosa che crea uno scarto fra le generazioni, l’accesso esclusivo a esperienze uniche. La musica non divide più le generazioni: se un giornalista si interessa della musica da un punto di vista generazionale, non ha capito nulla. La prossima volta che mi si domanderà qualcosa sulla mia età e sulla mia musica, risponderò “Non capisci nulla, interessati di skate-board, quello divide le generazioni.” Questo. E anche una tendenza pesante, una menata pandemia che la mia generazione non può francamente comprendere. Siamo i figli di un desideri di cambiare il mondo che non abbiamo trasmesso ai nostri figli. Saremo quindi i vecchi più collerici della Storia. Chiederemo che si realizzi tutto quello che esigiamo, perché è così che ci siamo abituati a vivere. La generazione più giovane ha due posizioni: la prima è che non gliene fotte nulla, nulla di nulla di ciò che riguarda il mondo al di là del loro gruppo di amici e del loro universo limitato – tutto quello che di fatto è comprensibile e sano – , e la seconda è una specie di mentalità casa-chiesa che non capisco completamente. Questo separa la gente, non la musica. In questo preciso istante, affermo che il mondo intero, tutto l’Occidente comunque, ama la stessa musica. I generi cambiano un po’, ma di fatto tutti amano la stessa musica: la musica pop. Non c’è nient’altro.

AW: E’ così ovunque, con i computer, i masterizzatori, download, software, tutti stanno lavorando, ognuno nel suo angolo, sullo stesso pezzo, come se fosse un grande concorso planetario del remix dello stesso pezzo?

DB: Certo, ma allo stesso tempo tutti trovano questa cosa molto gradevole.

AW: Tra l’altro, tu sei stato il primo a fare una canzone sui deejay. Immaginavi quello che sarebbe successo? 

DB: Mi piacerebbe risponderti di sì. Ma era una canzone di poco conto, con in fondo l’idea di un tipo conosciuto se non attraverso ciò che suona, un composito dei suoi dischi, la cui individualità non ha importanza. Era una canzone ironica.

AW: Finiamo con lo skate-board?

DB: Lo skate-board fa diventare matta la gente. E’ fanatismo! Guardo al mattino di fianco a me un negozio che è come il centro del mondo per lo skate-board. Dozzine di skaters ci si riuniscono davanti. Si sono svegliati presto. Non so che vendono o danno a quell’ora. Ragazzi del Giappone, dell’America del Sud, e non so che c’è che li elettrizza in quel modo…

AW: Allo stesso tempo, si può comperare un Dvd di skate-board con posizioni o cadute incredibili, guardalo per poi dimenticare subito quello che c’è dentro. Anche lo skate-board produce quindi cose dimenticabili. Come pensi che oggi si possa produrre qualcosa di veramente indimenticabile?

DB: Uh, che domanda. Sono imbarazzato… La cultura produce cose indimenticabili che noi non smettiamo di dimenticare. Creiamo civiltà ogni giorno scegliendo i nostri abiti, i nostri mobili. Bisogna accettare come una sua caratteristica il fatto che la cultura cambi ogni giorno, e indefinitivamente, facciamo delle scelte, destinate a essere stravolte nel giro di un’ora e dimenticate in un secondo. Non riesco in questo secondo ora a trovare nessun argomento per impedire che la civiltà di oggi sia così.

di Ariel Wizman

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