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Contatto, Mojo, luglio 2002

Contatto, Mojo, luglio 2002 1David Bowie ha trascorso gli anni 70 perso nello spazio, isolato dalla realtà da una serie di personaggi sempre più alieni e da un pauroso appetito per la cocaina. Trent’anni dopo, si confessa con Paul du Noyer circa il suo stile di vita quasi-fatale e le sue dolorose insicurezze che hanno alimentato la sua decade più creativa.

“Desideravo davvero scrivere musicals più di ogni altra cosa” nota David Bowie, ricordando i giorni prima che un certo extraterrestre pel di carota lo trasformasse in una superstar del Rock. “In quell’epoca pensavo che fosse probabilmente ciò che avrei finito col fare. Un tipo di nuovo approccio al musical rock, era quello ciò che avevo in mente. La struttura iniziale nel ’71, quando cominciai a pensare a Ziggy, era quella di una piece musical-teatrale. E poi divenne qualcosa di diverso…” Non c’è dubbio! Il fato decretò che il suo lp del 1972, The Rise and Fall of Ziggy Sardust and The Spiders From Mars sarebbe diventato un punto di svolta nella storia della musica. E’ strano pensare quanto sia stato vicino al diventare un cavallo di battaglia del West-end, recitare per i turisti provenienti dall’Ohio ed alle comitive di allenatori da West Bromwich. Dovremmo essere grati che non sia accaduto, perché David Bowie era destinato a cose più grandi. E Ziggy Stardust ha dato inizio ad una sbalorditiva serie di albums: sicuramente la più potente tra quella di ogni altro artista dai tempi di Dylan o dei Beatles. Benché egli avesse realizzato buoni lavori anche prima (attualmente Bowie annovera tra i suoi preferiti uno dei primi album “The Man Who Sold The World”), nulla aveva preparato il mondo per Ziggy. Nulla, infatti, aveva preparato Bowie per gli eventi che stavano per mandarlo in orbita e trasformarlo in una delle più emblematiche figure di quel decennio. Lui naturalmente è entusiasmato da una sorta di orgoglio paterno, anche ora, al momento della pubblicazione del suo album di quest’anno, Heathen. Ancora una volta è un album con diversi echi del vecchio Bowie e metterà molti ascoltatori di lunga durata in uno stato d’animo “retrospettivo”. La cosa più rilevante è la riunione col produttore Tony Visconti, un collaboratore di alcune opere chiave degli anni ’70. Heathen inoltre è impregnato di una considerevole maestria musicale, che richiama alla memoria alcune tra le prime pietre miliari, quali Hunky Dory. Un brano, Gemini Spacecraft, paga un debito d’onore al suo autore, The Legendary Stardust Cow-boy, come ringraziamento per aver dato una parte del suo nome al già rammentato extra-terrestre-pel-di-carota. “Ovviamente un grande lavoro “artigianale” è stato dedicato alla realizzazione del materiale nuovo” conferma Bowie, nel suo ufficio di New York, “perché io ero determinato sul fatto che Tony ed io non avremmo dovuto riposare sulla nostra reputazione pregressa. Molti degli album che abbiamo realizzato insieme sono ancora tenuti in un’altissima considerazione, non volevamo appannarla. E io ricordo che ciò che ha donato così tanto successo alle nostre opere è stato il creare sempre canzoni ben costruite. Così all’inizio dello scorso anno mi son seduto ed ho cominciato ad accumulare una serie di pezzi che ritenevo fossero degli inizi abbastanza forti. Non c’era modo per me di iniziare semplicemente a ruota libera…il nuovo album ha un chiaro filo conduttore in ciascuna canzone. Non è particolarmente astratto. E’ abbastanza personale e fa un forte affidamento sulla melodia”. Benché la realizzazione di Heathen e la direzione dell’edizione di quest’anno del Meltdown Festival riporteranno “the Dame”(1) nella mente degli inglesi, lui rimane per ora un newyorkese di adozione, “Questo posto è una specie di calcio in culo”, commenta nella sua migliore interpretazione del Duca di Edimburgo. Padre di famiglia per la seconda volta (sua moglie Imam ha avuto una figlia, Alexandria, nel 2000), la sua generale soddisfazione è disturbata oggi solo dalle interruzioni del telefono e dalle scadenze pressanti per le prove della sua attuale band. Ma lui si concede di perdere una mattinata a parlare del leggendario periodo degli anni ’70 che ha creato la sua reputazione. E così torniamo a Ziggy. Lui suonava la chitarra, vagò nel desolato panorama di Londra in una tuta da astronauta trapuntata, fece ballare tutti i ragazzini, e divenne un suicida del rock’n’roll. Lo fece? Ziggy non solo abortì come musical: la narrazione delle sue avventure è probabilmente troppo frammentaria per essere qualificato come un concept album. “C’era un accenno di narrazione” controbatte Bowie, “una sottile linea, e la mia intenzione era di completarla in seguito. E non l’ho mai fatto perché prima che mi rendessi conto di dove fossi, registrammo tutta la dannata faccenda. Non c’era tempo per aspettare. Non avrei mai potuto permettermi il lusso di sedermi per sei mesi e scrivere un’appropriata piece teatrale, ero troppo impaziente”. “Alla lunga, sono stato contento di averlo lasciato così. Perché non ho mai delineato la struttura narrativa in modo troppo chiaro, così com’è lascia molto spazio al’interpretazione degli ascoltatori. Un paio di anni fa sono arrivato molto vicino a mettere insieme qualcosa. Ma ogni volta che mi avvicinavo a definire meglio Ziggy, mi sembrava che si sminuisse rispetto a ciò che era prima. E quindi ho pensato che avrei dovuto semplicemente lasciar perdere. Non era giusto. E quindi ho l’ho lasciato così. Progetto cancellato!”. La realizzazione di un “rock musical” credibile rimane tutt’ora una chimera, e Bowie stesso non ha ancora raccolto il guanto di sfida. “No, sono colpevole come chiunque altro. Probabilmente a causa della mia naturale impazienza, semplicemente non sono abbastanza disciplinato per superare le difficoltà. Diamond Dogs, penso, c’è andato molto vicino. Era la mia solita raccolta di visioni apocalittiche, solitudine, terribile miseria….” Dalla canzone di apertura di Ziggy, Five Years, passando attraverso Diamond Dogs, ed oltre, la tendenza apocalittica ricorre spesso nel suo lavoro, o forse, se non proprio una tendenza apocalittica, quanto meno una prospettiva anti-utopica, tipica di 1984 o di Arancia Meccanica, che qualcuno chiama “distopica”. “Distopica, decisamente” dice lui, sorridendo compiaciuto, “Sono andato dal dottore per questo motivo. Tu pensi di avere un’ulcera, e invece è un infarto…No, a posteriori, è stato un tema molto forte nel lavoro che ho fatto nel corso degli anni. In effetti, io penso che se c’è una costante in ciò che ho fatto, è stata il contenuto lirico. Ho continuato a ripetere spesso la stessa cosa, che riguarda essenzialmente il senso di auto-distruzione. Penso che si possa interpretare la visione apocalittica come la manifestazione di un problema interiore. C’è una vera e propria ansia tormentosa, da qualche parte lì dentro, e probabilmente ho elaborato queste ansie in una sorta di struttura “faction” (incrocio tra fact=fatto/ fiction= invenzione, narrazione)”. Come esempio del suo modo di scrivere “faction”, Bowie offre il singolare astronauta “Major Tom”, che apparve per la prima volta nel suo successo del 1969 Space Oddity, e riemerse undici anni dopo in Ashes to Ashes: “La seconda volta c’erano elementi della mia reale volontà di essere libero dalle droghe. Ho trasformato tutti questi elementi nel personaggio del Maggiore Tom, perciò è parzialmente autobiografico. Ma non del tutto: c’è anche un elemento di fantasia. Ma comunque probabilmente dipendeva dal mio desiderio di essere nuovamente sano. Definitivamente. Mentre la prima volta non era così: la prima volta la canzone parlava solo del sentirsi soli. Ma poi i crostacei del tempo si sono attaccati saldamente alla mia nave; al tempo di Ashes to Ashes ero impegnato a staccarli. No, senti, togli tutta questa parte..i crostacei ecc….oh Gesù!”. Il Davy Jones che divenne David Bowie scelse la musica rock, suggerisce adesso, perché era una carriera in cui egli poteva portare con sé tutti i suoi interessi. “Non potresti mai fare una cosa del genere lavorando in contabilità. Poiché amavo l’arte ed amavo il teatro ed il modo in cui ci esprimiamo come cultura, pensai per davvero che il rock fosse un grande modo per non dover abbandonare il mio interesse per nessuna di queste cose. Ho portato con me anche le cose più inadatte, facendole a pezzi e riarrangiandole finché non andavano bene. E’ questo ciò che ho tentato di fare: un po’ di fantascienza, un po’ di kabuki qui, un altro po’ di espressionismo tedesco lì. Mi sembrava di avere tutti i miei amici intorno a me”. Con la solitaria eccezione di Space Oddity (che nel 1972 era quasi stata dimenticata dal pubblico), la carriera di Bowie ci ha messo anni per decollare. All’epoca del suo successo con Ziggy, aveva già fatto dischi per otto anni, senza un solo piazzamento nelle charts – Come Davie Jones & the King Bees, Davy Jones, The Manish Boys, e dal 1966 come David Bowie. “Be’, ho avuto bisogno di molto tempo per lavorare bene” afferma Bowie. “Non sapevo come scrivere canzoni. Non ero particolarmente bravo in tal senso. Mi sono dovuto forzare a diventare un bravo autore di canzoni. E lo sono diventato. Ma non avevo alcun talento naturale in proposito. Ho dovuto fare un gran lavoro per diventare bravo. E l’unico modo che avevo per riuscirci era quello di vedere come facevano gli altri. Non ero uno di quei talenti nati, come Marc ( è un riferimento ad una canzone dei T.Rex di Marc Bolan Cosmic Dancer: “sono un ballerino nato” ). Io non ballavo, io barcollavo”. Marc Bolan fu quanto di più vicino potessere esistere ad un modello vivente per Bowie, allorché tratteggiò la figura di Ziggy Stardust. Nell’anno in cui l’album fu concepito, il 1971, i T.Rex erano al culmine del loro successo. Il vecchio amico di Bowie era il primo fenomeno inglese della nuova era: un ragazzo che aveva sognato per sé stesso un’intero personaggio, e che sembrò diventare dall’oggi al domani una star del rock’n’roll grazie alla pura e semplice forza di volontà. “Oh si! Boley fece davvero un bel colpo, e noi eravamo tutti verdi d’invidia. Fu una cosa terribile: litigammo per circa sei mesi. Era una cosa del tipo (borbottio imbronciato): “sta facendo molto meglio di me!”. E lui era molto sprezzante con noi che stavamo ancora in basso. Ma abbiamo superato tutto ciò”. “Sai come ci siamo incontrati la prima volta? E’ davvero divertente. Avevamo entrambi lo stesso manager, alla metà degli anni ’60 (Les Conn). Marc era molto Mod, mentre io ero una sorta di neo-beat-hippy, benché io odiassi gli hippy, perché mio fratello mi aveva molto parlato dei beatnicks e mi sembravano molto più sexy. Sia io che Marc eravamo disoccupati, e ci incontrammo quando andammo nell’ufficio del manager per dare il bianco alle pareti”. “E così c’eravamo io e questo Mod impegnati ad imbiancare le pareti dell’ufficio di Les. E lui continuava a dire: “Ehi, dove hai preso quelle scarpe?” (Bowie fa una perfetta imitazione delle maniere frenetiche e gelidamente determinate di Bolan) “dove hai preso quella camicia?”. Cominciammo subito a parlare di vestiti e macchine per cucire. E poi ancora Oh, si, allora probabilmente scriveremo un musical per te, un giorno, perché sicuramente diventerò il più grande autore di tutti i tempi, “no,no amico, devi proprio ascoltare le mie cose, perché scrivo grandi pezzi, e ho conosciuto una specie di mago a Parigi”, e andammo avanti così. Semplicemente imbiancando i muri nell’ufficio del nostro manager!”. Tra il sorprendente successo di Bolan, e l’indifferenza del pubblico verso il suo Hunky Dory (pubblicato alla fine del 1971, non ha venduto molto fino all’era di Ziggy), Bowie è mai stato pessimista? “No, non sono mai stato pessimista, perché ero ancora attratto dal procedimento. Mi piaceva comporre e registrare. Era un gran divertimento per un ragazzo. Ci potevano essere momenti del tipo “dio mio, penso che non mi capiterà mai nulla di buono!”. Ma sarei saltato fuori molto rapidamente”. Di sicuro Bowie saltò fuori in modo incredibilmente veloce nel 1972. Giusto il tempo di far arrivare nei negozi Hunky Dory e lui tagliò via i riccioli dorati e cominciò a girare l’inghilterra con un look nuovo di zecca ed un set di canzoni tratte dal suo lp successivo, non ancora pubblicato. Con Ziggy Stardust, il ragazzo spaziale transgender che divenne una star del rock’n’roll, Bowie ha generato una profezia auto-realizzante. E allora, dal momento che aveva già trasformato David Jones in David Bowie, per quale motivo aveva bisogno di una seconda reinvenzione? La risposta sembra essere che Bowie avesse bisogno di Ziggy Stardust come di una sorta di armatura: un idolo rock immaginario per aiutarlo a diventare un idolo rock reale. Con questo stratagemma egli sarebbe sfuggito all’immagine del diffidente beffardo englishman di Hunky Dory, per diventare più simile alle sue ricorrenti ossessioni: Iggy Pop, il ragazzo selvaggio, e Lou Reed, il nero sacerdote della decadenza. “Mi fu chiaro che…io avevo una insopportabile timidezza: era molto più facile per me andare avanti con la storia di Ziggy, sul palco come fuori dal palco. E mi sembrava anche molto divertente. Un inganno molto divertente. Chi era David Bowie e chi Ziggy Stardust? Ma comunque penso che fossi spinto dalla timidezza, più che da ogni altra cosa. Per me era molto più semplice essere Ziggy”. Ancor prima di assestare il colpo col singolo di presentazione di ZiggyStarman, Bowie impresse un segno nel 1972 attraverso un’intervista rilasciata al Melody Maker, nel febbraio di quell’anno, in cui egli dichiarò di essere gay. Fu un colpo a sorpresa. Perché lo dicesti? “Ritenni di potermi scrollare di dosso molta tensione, semplicemente facendo “outing” in quel modo, davanti alla stampa, in circostanze impreviste. Così non avrei avuto gente che striscia dietro una porta dicendo (voce malsana da pettegolezzo): “ti dirò una cosa su Bowie, che non sai…”. Non avrei avuto niente di tutto ciò. Sapevo che ad un certo punto avrei dovuto dire qualcosa della mia vita. E, ancora una volta, Ziggy mi aiutò a rendermi tutto più semplice. C’era l’eccitazione di rendersi conto che era finalmente giunta l’età dell’esplorazione. Il che era ciò che stavo attraversando. Rispecchiava perfettamente il mio stile di vita all’epoca. Era esattamente ciò che mi stava accadendo. Non c’era nulla che io non desiderassi provare, esplorare e vedere se fosse veramente parte della mia psiche e della mia natura. Ero terribilmente esplorativo, in ogni direzione, non solo culturalmente, ma anche sessualmente e…Dio! Non c’era nulla che avrei lasciato perdere. Come un…è una terribile freddura, lo so…come un cane con un osso, suppongo! E io lo sotterrai!” . “La citazione di quella intervista, in retrospettiva, ha avuto molto più successo di quanto non ne ebbe in realtà all’epoca. Sono abbastanza orgoglioso di averlo fatto. D’altro canto, non volevo diventare il vessillo di alcun gruppo di persone, ero altrettanto preoccupato di ciò che delle conseguenze della mia dichiarazione. Essere avvicinato da organizzazioni. Non mi andava. Non mi sentivo parte di un gruppo. Non mi piaceva questo aspetto: avrebbe oscurato le mie composizioni ed ogni altra cosa che avrei fatto. Siamo alle solite!” Prima che ce ne potessimo rendere conto, ci fu un bizzarro pastiche di “gaiezza” un po’ dappertutto, per mezzo del quale le band più essenziali divennero quello che chiamiamo glam rock. Una buona parte di questo glam rock valeva ben poco, vero? “Oh, si, era dannatamente orribile. Una parte di ciò che abbiamo incoraggiato – e ci devo mettere dentro anche i Roxy – buon Dio! Dovremmo vergognarci di noi stessi. Era proprio terribile. Si prestava a performance veramente spregevoli, perché bisognava entrare in un ambito molto stravagante per farlo funzionare, e, beh, se non funzionava crollava giù. Il primo a cui penso, in proposito, era un tizio americano, un tale Jobriath. Woah! Che errore fu quello! Un tizio stranissimo, venne praticamente a tutti i miei concerti quando andai per la prima volta negli States. Il mio fan numero uno”. Ma le contraddizioni culturali talvolta possono anche essere deliziose. A parte lo stesso Ziggy, Bowie scrisse l’inno definitivo del 1972 nella canzone che egli diede al Mott the Hoople, All the young dudes. “Se all’epoca le cose gli fossero andate bene” dice Bowie, “non penso che avrebbero voluto avere legami con me, perché erano dei tipi abbastanza macho, una delle prime band giovanilistiche. Ma le cose non andavano bene per loro, ed io scrissi quella canzone più o meno in un ora, mentre leggevo su un giornalaccio musicale che il loro scioglimento era imminente. Pensai che erano una graziosa, piccola band, e pensai: “potrebbe essere una cosa interessante da fare, vediamo se riesco a scrivere questa canzone e farli rimanere insieme. Adesso suona terribilmente immodesto, ma è una fase che attraversi, quando sei giovane: “in che modo posso provare a fare tutto?” Allora scrissi questo brano e pensai, questo potrebbe farli venir fuori. Convinsi il mio management di allora a telefonare loro e dirgli: “David Bowie ha scritto questa canzone per voi”. E la cosa funzionò! Ero sbalordito. Allora scrissi per loro Drive-in Saturday, ma a quell’epoca credo che loro abbiano pensato: “oh, non abbiamo più bisogno di quel glam-rocker buono a nulla”. Penso che l’avrebbero resa in modo grandioso”. La bellezza di All the Young Dudes, in un certo senso, è quella di aver cristallizzato l’emergere di un nuovo pubblico pop, troppo giovane per appartenere a Woodstock ed agli anni ’60. “Si. Bisogna sempre cercare di uccidere i propri anziani. Noi sentivamo il bisogno di sviluppare un vocabolario completamente nuovo, come d’altra parte avviene sempre, generazione dopo generazione. L’idea era di prendere il passato recente e ristrutturarlo in un modo tale da farcene sentire la paternità. La mia chiave d’accesso a ciò fu Arancia Meccanica: quello era il nostro mondo, non tutta la dannata faccenda degli Hippy. Tutto ciò aveva un senso, per me. L’idea di prendere una situazione presente e creare una previsione del futuro, cucendogli addosso l’abito adatto: era un’uniforme per un esercito inesistente. Ed io pensai, se prendo lo stesso tipo di cose e le sovverto usando materiali graziosi…il look alla Arancia Meccanica divenne la prima uniforme di Ziggy. Però senza la violenza”. Come la citazione di Drive-in Saturday suggerisce, le idee di Bowie erano già rivolte al progetto successivo, Aladdin Sane“Ci fu un momento, nel ’73, in cui mi resi conto che era finita. Non volevo rimanere intrappolato nel personaggio di Ziggy per tutta la vita. Penso che ciò che stavo facendo con Aladdin Sane era di provare ad entrare in un nuovo campo d’azione – ma usando una piuttosto pallida imitazione di Ziggy come uno stratagemma. Nella mia mente era una sorta di “Ziggy Va a Washington”: Ziggy sotto l’influenza americana”. Ma in realtà sembrava più Ziggy sotto l’influenza di un sacco di cose, rappresentate da quel lampo che attraversa la sua testa, non è vero? La situazione stava forse scivolando fuori controllo? Bowie dice di no. “No, non proprio. Quello successe più tardi. Semplicemente mi rendevo conto che era finita. Pensavo, come posso concludere tutto ciò? Inoltre mi sentivo terribilmente prosciugato. I programmi delle tournee che la MainMan preparava per noi erano folli. Sai? La cosa più strana è che non suonammo mai in Europa. Non lasciammo mai l’Inghilterra, tranne che per andare in America, e poi andammo in Giappone. Tutto qui. Cominciavo a sentire la mancanza dell’Europa. “Allora cominciai ad entrare in un pessimo periodo. Andò letteralmente crescendo. La mi dipendenza dalle droghe cominciò allora, suppongo di poter collocare questo momento negli ultimi mesi del periodo Ziggy Stardust. Non ero drogato in un modo proprio pesante, ma sicuramente fino al punto di far preoccupare un sacco di gente intorno a me. Dopo di che, quando arriviamo aDiamond Dogs, allora cominciai ad andare proprio fuori di ogni controllo. Da quel momento in avanti fui un vero disastro. Non ho incontrato molta gente che…ero in condizioni veramente critiche. Ti basta vedere alcune fotografie dell’epoca…stento a credere di essere riuscito realmente a sopravvivere a quel periodo. Se vedi, per esempio, le foto di me e Lennon ai Grammies(2), mi terrorizzano. Ero un teschio. Non avevo nemmeno un’oncia di carne addosso. Ero uno scheletro. “Ho una personalità incline alla dipendenza, mi è abbastanza chiaro, adesso. Era così facile da trovare, e mi faceva lavorare…infatti non la usavo per…non ero un tipo dedito ai divertimenti, non ero uno che andava per locali. Ero molto di più vicino a cose del tipo: “ok, scriviamo 10 diversi progetti, questa settimana, e prepariamo quattro o cinque sculture”. E potevo rimanere in piedi per 24 ore al giorno, finché non avessi completato la gran parte di quello che mi ero proposto. Mi piaceva creare cose. Adoravo l’essere impegnato in quel momento creativo. E trovai una sorta di compagnia in questa droga, che mi aiutava a perpetuare quel momento creativo”. Intende dire la cocaina? “Si la cocaina. E lo speed. La combinazione delle due cose. Ed anche manciate di tranquillanti per elefanti!” Nell’euforia di Bowie, alimentata chimicamente, per il primo assaggio dello status di superstar, egli riprese l’idea del musical rock. Il primo progetto era quello di interpretare 1984, ma l’idea fu bocciata dalla vedova di George Orwell“Perciò cambiai itinerario molto rapidamente e trasformai il tutto in Diamond Dogs, un’impresa ben più difficile che con Ziggy. A ripensarci, non facevamo niente di particolare sul palco con Ziggy: tutto ciò che avevo era qualche cambio di costume. Il tutto si riduceva alle canzoni e ai pantaloni che indossavo. Questo offriva Ziggy. Tutto il resto ce lo mettevano gli spettatori. Ma con Diamond Dogs intendevo fare veramente qualcosa di particolare. Avevamo un po’ più denaro, allora – ma non abbastanza, evidentemente: quella tournée mi mandò al fallimento. Ma il Diamond Dogs Show, fece fare un vero salto in avanti, nel senso che che si poteva fare qualcosa di più interessante su un palco, che non semplicemente indossare un paio di blue jeans. Fu abbastanza divertente. Ma a metà strada mi annoiai e buttai via tutto il set, così posso biasimare solo me stesso”. E tuttavia Bowie non aveva ancora portato a termine il suo assalto all’America. Improvvisamente giunse l’ansimante ma sofisticato “plastic soul” di Young Americans, accompagnato dalla obbligatoria revisione di immagine. “Penso che il principio di tutto sia in alcune riprese del look da strada tipicamente portoricano, con quei zoot suit (3), che riportai in un modo di vestire più convenzionale. Benché a vederlo adesso sia abbastanza bizzarro, Young Americans fu un tentativo di sovvertire il mio aspetto visivo, oltre che la musica”. “Con gente come Carlos Alomar ed alcune mie amiche dell’epoca, ho visto molta vita notturna americana, compresi i clubs latini, ed era terribilmente eccitante per me. Mi fece rinascere la passione per il soul ed il R&B che avevo negli anni 60. In effetti, la ragione per cui abbandonai il mio primissimo gruppo, i Kon-rads fu che loro non volevano suonare la canzone diMarvin Gaye “Can I Get A Witness?” era una cosa fondamentale per me, nei miei giorni di giovinezza. E fu come una sorta di vendetta, riuscirlo a vedere dal vivo negli States. Fu una cosa diversa da tutto ciò a cui avevo assistito sino ad allora”. Ma una cosa era suonare covers R&B sentimentali nel Marquee Club (del tipo che lui rivisitò nel suo album di covers Pin-ups, del 1973). Altra cosa, registrare proprio in America e con musicisti neri. Non ha mai pensato, nel venire dall’Inghilterra e fare ciò, “Beh, questo è un po’ troppo”? “Onestamente non ci ho mai pensato”, replica Bowie. “Ero sigillato ermeticamente rispetto a qualsiasi cosa. Ero così immerso nel mio universo, che non mi veniva affatto in mente il pensiero di cosa la gente pensasse. Non avevo nemmeno idea di essere famoso. Non ne avevo idea. Mi trovavo in questo momento veramente creativo e mi dedicai ad esso. No, non ci ho mai pensato. Sapevo solo che era una band fantastica. Ovviamente, avemmo dei problemi razziali nel Sud. Ma ciò accadde anni prima che io mi rendessi conto di essere uno dei pochissimi artisti bianchi nel rock che lavoravano con una band multi-razziale. E penso che ciò che stavamo facendo, in quel particolare momento, fu molto importante. A modo suo, aprì una strada, proprio come Ziggy ha aperto delle strade. Il periodo di Young Americans sviluppò un approccio alternativo verso ci che si può fare con la musica rock e pop. Per me fu un altro ibrido di successo: la melodia europea contrapposta alla sezione ritmica del R&B”. Nel subconscio di Bowie la chiamata dell’Europa cominciava a farsi sentire. Ma prima egli attraversò le esperienze parallele di girare il film L’Uomo Che Cadde Sulla Terra, e registrare Station to Station. Nello stesso tempo si assunse l’impegno di registrare una colonna sonora per il film. La cronologia esatta di questo periodo così impegnato è abbastanza confusa, perché fu anche il periodo in cui egli raggiunse la vetta – o il fondo – del suo coinvolgimento con le droghe. “Dopo cosa viene, la lavorazione del film? Ah, dimmelo tu! Può darsi! Ciò che so è che avevo un bellissimo cappello. Era quel periodo. Un “fedora”: Borsalino Il cappello è un esempio di un altro riarrangamento stilistico, causato questa volta dal personaggio, Thomas Jerome Newton, che Bowie impersonò ne L’Uomo Che Cadde Sulla Terra. Newton era un alieno elegante intimista e decadente, che conservava una mera apparenza di autenticità umana. Era un ruolo che Bowie a quell’epoca sembrava nato apposta per interpretare. E come con Ziggy, prima di lui, il confine tra creatore e cratura si fece indistinto. “Cominciarono a sovrapporsi l’un l’altro” confessa Bowie. “Era quello lo stato d’animo in cui mi trovavo, non c’era separazione tra l’uno e l’altro. Per me (voce stridula, paranoica da cocainomane), ha tutto un senso, amico! Oh, dio, che giorni che furono, quelli!” Il progetto della colonna sonora crollò a causa di alcuni rancori e dispute: “Ero arrabbiatissimo, ma senza un motivo razionale. Pensavo che mi avrebbero commissionato anche la colonna sonora del film, non semplicemente la proposizione di alcune idee. Una ragione stupida, infantile, ma che comunque ho superato facilmente. Ola Hudson, che in effetti è la mamma del chitarrista dei Guns’n’Roses, Slash, era una mia amica, sai. Talvolta ho messo a letto per la notte il piccolo Slash. Chi lo avrebbe pensato, vero? Comunque. Ola era la costumista del film; fu lei a disegnare tutti gli abiti del film. E continuò a disegnarli anche per il tour di Station to Station.Quello di Station to Station è il look di Bowie che viene definito del Thin White Duke – forse il più audace ed elegante tra tutti. “Era straordinario” dice Bowie, “e devo dare ad Ola i pieni meriti per quel look molto conservativo, tutto in nero: Allora mi venne l’idea di una specie di idolo da matinee francese, con il gilet e tutto il resto.” Ed il pacchetto di gitanes che spuntavano perennemente dal taschino.“Esattamente. La funzione delle sigarette divenne una funzione scenica. E divenni dipendente dalle sigarette”. Sono sigarette impegnative. “Oh, certo. Ma per me non era un problema. Quaranta al giorno”. Fu un quell’anno, il 1976, che Bowie si staccò dai Los Angeles, che aveva quasi distrutto la sua salute ed il suo equilibrio psichico. Egli infine girò in tour l’Europa e, si sarebbe finalmente stabilito a Berlino. Le stesse vibrazioni germaniche che avevano contaminato alcune delle sue più bizzarre interviste dell’epoca si sentivano anche, in modo più costruttivo, nella sua nuova musica. “Questo è ciò in cui devo riconoscere ai Kraftwerk il loro merito” dice. “acquistai una copia d’importazione di Autobahn negli States, probabilmente nell’anno di pubblicazione, il 1974. Rimasi molto colpito da quella band: Chi erano? A chi erano collegati? “Così mi sono imbattuno nei Tangerine Dream, nei Can e perfino nei Neu! E tutto questo nuovo sound emergeva in Germania. Pensai, wow, ho visto il futuro ed aveva questo suono. Volevo proprio trovarmi in quel contesto. E’ interessante che quando torno ad ascoltare ciò che io e Tony (Visconti) realizzammo con quegli album, Low e tutto il resto, in realtà non si sente tutta quella influenza da parte del sound tedesco, che uno si aspetterebbe.” “E’ ancora un sound molto organico e indirizzato verso il blues. E’ avvolto in atmosfere straordinarie, in parte provenienti da Eno, molto dallo stesso Tony Visconti e dalla scelta di suonare dei vecchi sintetizzatori, un po’ beatlesiani, in un certo senso. Inoltre la sezione ritmica non ha niente a che vedere con il suono elettronico, da metronomo, che usavano i tedeschi: erano Dennis Davies, George Murray e Carlos Alomar (che in effetti facevano parte dei musicisti diYoung Americans); in realtà era un altro ibrido, che io ritenevo potesse risultare eccezionale. Se prendo ciò che ho trovato in America, lo riporto in Europa, lo combino con tutto ciò che sta emergendo da un punto di vista musicale in Germania, si potrebbe vedere cosa succede”. Il ritorno di Visconti in questo racconto, con Low nel 1977, chiude il cerchio della nostra conversazione. Fu dal momento in cui egli si trovò al fianco quel produttore che Bowie realizzò il suo primo album maturo, The Man Who Sold The World, nel 1970. Da lì cominciò un ciclo più ampio, nel quale Visconti rimase al fianco di Bowie, nella realizzazione della successiva, stupenda, sequenza di album (Low, Heroes, Lodger, Scary Monsters), per poi tornare, per la terza volta, quest’anno, con Heathen. Ma questo è un ciclo più ampio di quanto sia possibile discutere adesso. “Il mio programma” mugugna Bowie, “è incredibile”. Nell’ufficio di Bowie, a New York, squilla un telefono. “Sta zitto!” sbotta Bowie, “è stata una mattinata d’inferno. Lo sai, queste furono le ultime parole di Beckett: “Che bella giornata!” (4)

di Paul Du Noyer

(1) The Dame (La Signora) è il modo in cui Bowie viene spesso nominato dalla stamp ainglese

(2) Si riferisce al servizio fotografico della premiazione dei Grammy Awards, svoltasi nel Marzo del 1975, in cui Bowie viene ritratto, in smoking e borsalino, in compagnia di John Lennon e Yoko Ono.

(3) Zoot Suit è la giacca oversize in doppio petto molto in voga in America Latina.

(4) E’ una citazione di un famoso aneddoto. Pare che il grande drammaturgo Samuel Beckett, prima di morire sul colpo, stroncato da un infarto, sia uscito di casa e guardando il cielo abbia esclamato: “che giornata!”.

 

 

Se avete informazioni o materiale da inviare, scrivete a velvetgoldmine@velvetgoldmine.it

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