David Bowie Stardust movie film recensione

STARDUST: la nostra opinione sul film su Bowie

Dal 15 gennaio è arrivato sulle principali piattaforme digitali nel Regno Unito Stardust, il discusso film su David Bowie che racconta il suo primo viaggio negli Stati Uniti nel 1970. Il film, che gli autori non vogliono definire un biopic, non è stato autorizzato dalla famiglia. Non si conosce ancora una data per lo streaming in Italia, per cui nell’ attesa di vederlo in italiano, ecco tutti i dettagli e la recensione di Luca Maffei.

Alla fine, Stardust è arrivato. Temuto da tanti, atteso con curiosità dai più speranzosi, il primo vero film su David Bowie ha cominciato a farsi strada tra i festival del cinema di Europa e Stati Uniti.

Il percorso che ha portato questa pellicola ai fan del Duca Bianco è stato lungo e non privo di ostacoli.

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La locandina

Il regista, Gabriel Range (noto per il controverso Death of a President, del 2006), accarezzava l’idea di un film su Bowie da quando, nel 2013, firmò per dirigere Lust for Life, cronaca del turbolento soggiorno berlinese del nostro in compagnia di Iggy Pop. Il mondo del cinema però è spesso imprevedibile, per cui Lust for Life è stato cancellato e rimpiazzato da questo nuovo progetto, che non ha potuto conoscere il buio della sala cinematografica a causa della pandemia globale. Forse meno allettante di ciò che poteva essere Lust for Life, almeno per quanto riguarda la trama, Stardust non è comunque meno ambizioso.

Ambientato durante lo sfortunatissimo “tour promozionale” americano di The Man Who Sold The World, il film di Range ha il compito di raccontare al grande pubblico uno dei momenti più delicati (e tutto sommato oscuri) della carriera di David Bowie: gli oltre due anni trascorsi tra la pubblicazione di Space Oddity e gli esordi di Ziggy Stardust. Quel momento in cui David, pur regalando al mondo canzoni e album indimenticabili, corse il rischio di diventare un one-hit wonder e cadere nell’oblio, dal momento che l’industria musicale sembrava non riuscire a riconoscere il suo talento.

Impossibilitato ad utilizzare in colonna sonora i brani composti dal futuro Ziggy Stardust, Range ha dovuto impostare il film seguendo una strada rischiosa: eliminare quasi del tutto Bowie e mettere David in primo piano. Una strada che gli ha alienato la critica (le recensioni uscite nelle prime settimane di vita del film lo stroncano senza pietà), ma che col senno di poi era l’unica percorribile.

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Johnny Flynn

Indeciso, timido e perseguitato dal ricordo dell’amato fratello Terry (Derek Moran), il David Bowie interpretato da Johnny Flynn è tanto una piacevole sorpresa quanto è lontano dall’immagine universalmente nota del personaggio. I fan capiranno all’istante quanto Flynn, solo vagamente somigliante a Bowie, abbia studiato per calarsi nella parte. L’attore e cantante si avvicina a Bowie con grande umiltà, riuscendo nel difficile compito di darne una rappresentazione credibile (senza ridursi ad una banale imitazione) e coerente con le informazioni note. Nemmeno le strizzatine d’occhio più palesi (come un numero di mimo durante un’intervista) risultano forzate.

I primissimi minuti di Stardust ci fanno capire subito che il David Bowie che vedremo in questo film sarà molto lontano da quelle rockstar dai tratti quasi supereroistici che siamo abituati a vedere in alcuni biopic musicali degli ultimi anni. Il film si apre con un incubo dal sapore kubrickiano, durante il quale Major Tom si perde nello spazio profondo per ritrovarsi, al termine del viaggio, tra i corridoi di Cane Hill.

La sintesi (senza una linea di dialogo e senza musica bowieana) del passaggio tra i sogni di Space Oddity e le paure di The Man Who Sold The World è impeccabile.

David atterra negli States e fin da subito è nei guai coi responsabili dell’immigrazione. Un po’ per via del suo abbigliamento stravagante (“lei è omosessuale?” si sentirà chiedere praticamente subito) e un po’ per certe sue dichiarazioni imprudenti, il futuro dio del rock è trattenuto a lungo in aeroporto. Da quel momento in avanti, per la quasi totalità del film, tutto quello che può andare storto al giovane artista andrà nel peggiore dei modi.

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Bowie nel 1971

È difficile capire chi sia David Bowie nel 1971. Per la critica, per la stampa e anche per David stesso. Un astronauta? Un figlio dei fiori? Un folle? La sua identità artistica e quella musicale appaiono confuse come l’identità sessuale che vuole trasmettere. Inoltre, l’atteggiamento sfuggente che il giovane artista assume con chi dovrebbe promuoverlo non l’aiuta di certo ad essere preso seriamente.  David non può esibirsi in alcun concerto ufficiale (solo qualche canzone durante eventi alquanto improbabili), non riesce a farsi notare da nessuna figura importante del settore e manda goffamente all’aria ogni intervista che il povero Ron Oberman (Marc Maron) riesce a procurargli.

A detta di Tony Defries (Julian Richings), The Man Who Sold The World è destinato a lasciare il segno nella posterità, ma nessuno sembra in grado di intercettare il pubblico adatto per questo disco, che sembra parlare di schizofrenia e malattia mentale in ogni sua traccia.

David cerca il suo spazio tra Elvis e Dylan, ma la scena musicale americana sembra non essere minimamente in grado di etichettarlo. Si presenta alla Factory di Andy Warhol e viene scartato in fretta e senza troppi complimenti. Assiste ad un concerto dei Velvet Underground e scambia Doug Yule per Lou Reed, convincendosi di avere avuto una splendida chiacchierata con uno dei suoi miti, salvo poi realizzare che il vero Lou aveva lasciato la band da mesi.

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Johnny Flynn (Bowie) e Marc Maron (Ron Oberman)

A tenere collegati tutti questi episodi, ampiamente documentati e molto noti tra i fan, c’è quello che invece possiamo solo supporre mettendo insieme qualche frammento di intervista e qualche ricostruzione ad opera dei biografi.  

Ed è qui che il film smette di essere un biopic (come, tra l’altro, viene sottolineato sia nei titoli di testa che di coda) e si trasforma in una sorta di viaggio catartico, al termine del quale il nostro protagonista riuscirà finalmente a mettere ordine nella propria vita. La trasferta americana aiuta David a fare i conti col proprio passato: dai traumi legati alla schizofrenia di Terry, fino al terrore di cadere anch’esso vittima della “maledizione” della malattia mentale, che affligge da anni il lato materno della sua famiglia. La presenza di Terry è fortissima, lungo tutta la durata del film.

Lo sfortunato ragazzo ha plasmato i gusti musicali di David, ma ora le immagini dei suoi episodi di follia sono il chiodo fisso del protagonista, che rivede il fratello maggiore ovunque vada.

In questi momenti la ricostruzione biografica di Range (anche co-sceneggiatore, insieme a Christopher Bell) osa di più, attribuendo al “fantasma” di Terry, proiezione delle paure e dei sensi di colpa del fratello, un peso enorme nei comportamenti e nella vita quotidiana di David in quel periodo. Un’importanza che possiamo certamente intuire, ma della quale non avremo mai certezza assoluta, data la nota coltre di riservatezza che circonda la famiglia Jones (che infatti ha preso subito le distanze da Stardust).

Il viaggio di David comincia col rifiuto della condizione di Terry e si conclude con la presa di coscienza del fatto che il fratello non guarirà più.  Tornato dal proprio viaggio, David può finalmente ripartire.

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Terry, il fratellastro di Bowie

Dopo aver capito inoltre che il matrimonio con Angie (Jena Malone) è più opprimente che stimolante, David si butta anima e corpo nel lavoro, preparandosi al successo globale che lo attende dietro l’angolo.

Un’ellissi temporale ci porta poi ad Aylesbury, luglio 1972, un mese prima della consacrazione definitiva al Rainbow Theatre: Ziggy Stardust è nato, Terry è un ricordo non più paralizzante e il mito può prendere finalmente vita.  Ziggy si agita sul palco e la folla è in delirio per lui.

Chi attendeva un film-karaoke stia lontano da Stardust, onde evitare delusioni, così come chi sa già di non riuscire ad andare oltre la non somiglianza di gran parte del cast con le controparti reali. L’assenza dei brani simbolo di quel periodo è pesante, in modo particolare nel finale (omaggio quasi perfetto ad un live leggendario).

Sentire citare brani come Space Oddity e All The Madmen, senza poterli ascoltare indebolisce, specialmente per lo spettatore che non conosce il repertorio di Bowie, quello che dovrebbe essere il cuore della prima parte del film (l’enorme talento non riconosciuto dell’artista).

Al netto di tutti i limiti, però, Stardust è una pellicola che merita sicuramente una visione, anche da parte degli spettatori che si avvicinano a questo mondo per la prima volta. Più di una visione per i fan incalliti, invece, che potranno godere di una ricostruzione storica curata con una precisione rara in questo genere di operazioni, oltre che di un film molto rispettoso dell’uomo come dell’artista. Un film che non ha paura di indugiare su dettagli che solo i fan riconosceranno, anche a costo di deludere parte del pubblico generalista.

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Johnny Flynn (Ziggy)

Da segnalare poi la splendida fotografia del veterano Nicholas D. Knowland, che torna al lavoro sulla scena rock inglese dopo aver contribuito a Born to Boogie (il folle documentario sui T. Rex, diretto da Ringo Starr nel 1972) e a La grande truffa del rock n roll (il film sui Sex Pistols di Julian Temple, del 1980).

Degna di menzione anche la piacevole colonna sonora di Anne Nikitin, che riesce a suggerire atmosfere bowieane anche nell’impossibilità di fare citazioni dirette (dall’incubo iniziale alla genesi di Hunky Dory, perfettamente suggerita dalle note al piano senza “mostrare” comunque nulla)

In estrema sintesi, il film si è rivelato il perfetto contraltare di Velvet Goldmine: tanto è scintillante, irruente e fiabesco il film di Todd Haynes, quanto è sobrio, intimo e realistico quello di Range. Questo ci insegna, ancora una volta, che la vita di David Bowie è troppo ricca, complessa e sfaccettata per essere colta in un unico film ma, allo stesso tempo, quando gli autori si concentrano su una sua piccola porzione, i risultati possono essere interessanti oltre ogni aspettativa.

Luca Maffei

TRAILER

BOWIE ALLA FACTORY DI ANDY WARHOL

Una delle scene riportate nel film fu quando un giovane David fece il mimo di fronte a Andy Warhol e alla factory. Qui sotto l’originale.

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Chi è VG Crew

La Crew di VG è formata da Daniele Federici e Paola Pieraccini. Daniele Federici è organizzatore di eventi scientifici ed è stato critico musicale per varie testate, tra cui JAM!. E'autore di un libro su Lou Reed del quale ha tradotto tutte le canzoni, prima di farlo con quelle di Bowie. Paola Pieraccini, imprenditrice fiorentina, è presente su VG fin dall'inizio e lo segue dagli anni '70. Entrambi hanno avuto modo di incontrare Bowie come rappresentanti di VG.

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Raffaella

A me è piaciuto molto …. e quando alla fine …. senti my death , non vedi più l’attore , ma proprio Bowie , un film delicato , non pacchiano , oserei dire un dipinto del possibile David di quel preciso momento.